Intelligente strategia di resistenza, di adattamento e di sopravvivenza, accorta misura di fidelizzazione dei lettori, educata richiesta di sostegno e solidarietà: l’abbonamento può tornare a essere protagonista della piccola e media editoria di qualità e di progetto, costituendo, potenzialmente, l’augurata scorciatoia al break-even e uno scrigno di stimoli e innovazioni.

Ovviamente, un abbonamento presuppone, nel lettore, diversi aspetti: l’apprezzamento o meglio la considerazione nei riguardi di un direttore editoriale, di un direttore di collana o più semplicemente la “fedeltà” a un marchio; la consapevolezza che qualche passo falso può comunque capitare, in casa editrice, sia a livello di tempi, sia a livello di scelte, e che ciò non deve costituire un dramma; l’esistenza di un budget adeguato; in subordine, semplificando, l’abbonamento presuppone, da entrambe le parti – casa editrici e lettore – il piacere di giocare una piccola scommessa, forti della sensazione (forse illusoria, si capisce) che quella scommessa sarà vinta, con la dovuta soddisfazione.

Nel corso di questi ultimi tre anni, ho ragionato sul mio budget. Come parecchi altri addetti o ex addetti ai lavori, spesso, da quindici anni a questa parte, i libri mi sono stati assegnati dalle redazioni oppure offerti/proposti dagli uffici stampa, o regalati da qualche amico autore; a differenza di parecchi altri addetti o ex addetti ai lavori, però, io vado comunque spesso in libreria, scandaglio vetrine e scaffali e quando serve, periodicamente, compro – compro per interesse personale, per voglia di riconoscere il lavoro dell’editore/dell’artista, per avere più cattiveria e più distacco quando scrivo di quei libri, per non sentirmi viziato o troppo paraculo, etc – e così ho pensato che avrei potuto dirottare una cospicua parte del budget sulla sperimentazione degli abbonamenti. E allora ho giocato due diverse scommesse, con due diverse motivazioni, due diverse dedizioni – motivazioni e dedizioni delle quali parlerò più avanti – , l’abbonamento ad Atlantide Edizioni [10 libri, 200 euro] e l’abbonamento alla collana “Ore Piccole” del Papero Editore [7 libri, 180 euro]: non ho giocato la terza scommessa disponibile nel nostro circuito, quella delle Edizioni Sur, perché, tolto Borges, non sono appassionato di letterature dell’America Latina [collana Sur], e perché non ben ho capito in cosa la Sur si stia differenziando dalla vecchia Minimum Fax nella collana angloamericana [collana Big Sur]. In questo articolo vi racconterò com’è andata, cosa ha funzionato, cosa proprio no, cosa mi ha entusiasmato, cosa mi è scattato in mente, cosa ho sognato, perché non ho rinnovato nessuno dei due abbonamenti, perché avrei voluto rinnovarli entrambi. Alla fine, promesso, vi darò la morale della favola.

ATLANTIDE
Sono un vecchio amico di Simone Caltabellota: per qualche anno, qui a Roma, abbiamo lavorato insieme, per marchi appartenenti alla stessa scuderia, e nel corso del tempo ho apprezzato il suo lavoro di scout e di editor per tutta una serie di buone ragioni. Quando mi ha informato della sua intenzione di fondare Atlantide, accennandomi allo spirito del lavoro, ho subito nutrito solidarietà – una solidarietà compagna della curiosità. Allora ci siamo incontrati con calma a Trastevere e l’ho intervistato per un mensile triestino, “Ponte Rosso” [credo sia stata la prima intervista atlantidea]: mi sono fatto raccontare tutto, genesi, spirito e struttura della casa editrice [vi interessa l’ amarcord? Fate bene: venite qui]. Caltabellota – era il settembre del 2015 – mi riferì: “Pubblicheremo 10-12 libri l’anno, in tiratura limitata, numerata. Saremo distribuiti soltanto in librerie indipendenti, direttamente e senza intermediari di nessun genere; inoltre, venderemo tramite abbonamento, offrendo dai 3 ai 10 titoli. Venendo da una storia decennale nell’editoria sappiamo che è finito un modello culturale e industriale che durava da cinquant’anni. Non c’è vera rivoluzione che non guardi al passato...”. Nel corso dell’intervista, riuscii a farlo sbottonare su sei o sette titoli; a quel punto avevo raccolto abbastanza informazioni, alla mia spontanea empatia si poteva accompagnare qualche legittima aspettativa sugli artisti e sui titoli scelti, valeva la pena rischiare: e così, forte della considerazione per Caltabellota [ho lavorato con lui: so come lavora: so come “capta” i libri: so cosa riesce a scegliere; so anche cosa sbaglia, circa], forte delle informazioni raccolte, forte dell’entusiasmo per le ambizioni di autonomia di Atlantide, mi sono subito abbonato, per 10 libri, apprezzando lo sconto [avrei potuto optare per altre formule, da 3 o da 7; ho scelto quella più radicale, si capisce]. Com’è andata? Per prima cosa, Atlantide ha perfettamente rispettato i tempi; i 10 libri sono usciti nel lasso di tempo indicato; una o due volte, mi sono stati addirittura consegnati tramite corriere [fatto, questo del corriere, che capita soltanto quando serve consegnare un pezzo alla velocità della luce, o quasi, a qualche quotidiano o a qualche periodico disorganizzato...]; poi, rispetto a quanto mi era stato raccontato nell’intervista, è saltato soltanto un titolo, nella pianificazione [Aleramo]; quando ho chiesto di poter comprare altre copie di un libro [Accornero, “Cane Tomaso”, per i regali di Natale degli amichetti dei miei bambini] mi è stato riconosciuto un ulteriore sconto “da abbonato”. Cosa mi ha entusiasmato: due delle tre anime della casa editrice, vale a dire quella “saggistica” [Filosofi antichi di Tilgher aveva un primo capitolo sul buddismo semplicemente eccezionale; L’outsider di Wilson è un libro seminale, ed era introvabile da tempo] e quella dell’opera grafica [Il cane Tomaso di Accornero, primo di tre libri, è un’edizione di una bellezza singolare]. Invece, la narrativa è stata raramente al livello del talento e del genio di Caltabellota; se micidiale e stuzzicante è stata la restituzione di Godbody di Theodore Sturgeon [quello di Cristalli sognanti, Adelphi] al pubblico italiano, per me è stata deficitaria la scelta di puntare tanto, addirittura 2 titoli su 10, su Robert Nathan; c’erano poi altri due titoli bizzarri, come Fiori fantasma di Fraser e il fantascientifico Il mondo sul filo di Galouye, che mi hanno lasciato freddino; Nada non è la mia scrittrice preferita, il suo Leonida non mi ha sconvolto. E quindi, cos’è successo? Che a fine abbonamento ho pensato che mi sarei volentieri abbonato ancora, ma solo alla saggistica e ai libri illustrati; che per quanto riguardava la narrativa, avrei preferito scegliere autonomamente cosa comprare cosa no, in libreria, volta per volta (erano annunciati in uscita addirittura un terzo e un quarto libro di Nathan: troppo per i miei scaffali, già costretti a periodiche selezioni e a complesse sfide per la sopravvivenza). Ho pensato al mio budget, ho pensato a quanto avrei potuto investire, ho osservato che non esisteva un abbonamento “per collana”, mi sono arreso a dover comprare i successivi libri di Atlantide nelle librerie convenzionate. Per la cronaca: tra i narratori, nella “seconda decade” di pubblicazioni, Caltabellota ha scelto l’esordiente Trevisani, col suo potente Libro dei fulmini, e ha riproposto un artista mezzo dimenticato come Barbusse, con il voyeurista L’inferno: non me li sono fatti sfuggire, così come l’ultimo libro illustrato del Cane Tomaso e l’unico saggio, quello della Brin, curato da Flavia Piccinni. Ho comunque continuato a osservare con estremo interesse l’attività della casa editrice; ho scritto dei libri che più mi hanno entusiasmato o colpito; ho accettato, con rammarico, l’assenza di un’offerta commerciale adeguata ai miei gusti. Continuo a considerare Caltabellota un personaggio di estremo interesse e vero talento, sono molto felice di comprare i libri Atlantide perché so che vado a sostenere e alimentare un’idea di editoria che mi sembra particolarmente adatta all’epoca che sta venendo, ma – come dire – non aderisco più “in blocco”. Passiamo al secondo caso...

LE RECENSIONI DEI LIBRI ATLANTIDE

PAPERO EDITORE
In questo caso, il pregresso è differente: sono soltanto un conoscente di Gabriele Dadati, ho letto due dei suoi libri, ho osservato a distanza, negli anni, il suo lavoro di scout ed editor, senza particolare entusiasmo ma con profondo rispetto e con la dovuta curiosità. Nell’ottobre del 2015 ricevo questa mail: “Nasce in questi giorni per Papero Editore (il marchio indipendente di editoria artigianale che ho fondato a Piacenza con Davide Corona) la collana di punta del nostro progetto. Si chiama “Ore piccole” – come la rivista che tra il 2006 e il 2009 codiressi insieme a Stefano Fugazza – e propone di volta in volta un testo inedito di uno scrittore contemporaneo che ci pare bravo in 150 esemplari numerati, su carta di pregio, cuciti a mano, accompagnato da una risograph (stampa con colori a base di soia, concettualmente simile alla litografia, che viene dal Giappone) di un artista vivente che ci pare altrettanto bravo. Iniziamo con Giorgio Fontana, Premio Campiello 2014, insieme a Mimmo Paladino (con una risograph realizzata a partire dal Cavallo posto da lui al Vittoriale nel 2008). Seguiranno altri sei titoli nel corso del 2016, a cadenza bimestrale, con scrittori e artisti di questo livello. La vendita di questa collana è solo diretta, per abbonamento”. A quel punto, per varie ottime ragioni, decido di abbonarmi: comincio a pensare che forse nella piccola editoria di qualità sta cambiando qualcosa, che ci stiamo radicalizzando; apprezzo addirittura che in breve tempo già si vedano due tagli differenti [uno forse più commerciale in Atlantide, uno più esteticamente complesso nel Papero]; sogno a occhi aperti un futuro prossimo in cui le piccole case editrici riescano ad autofinanziarsi coi proventi delle pubblicazioni, alla faccia dell’avidità e della mediocrità dei colossi... Com’è andata? Per prima cosa, le 7 uscite non hanno rispettato la cadenza bimestrale: siamo ad aprile 2018 e io sto ancora aspettando, con un ritardo di ormai 1 anno e mezzo, il settimo e ultimo libretto. Va bene cucirli a mano, ma forse così è troppo, è un ritardo più che “romano”. Più volte, nel corso degli anni – è il caso di dirlo – ho dovuto scrivere a Dadati per chiedere che fosse successo, a che punto fosse la collana, etc: ovviamente, non mi sono sentito particolarmente rispettato, come lettore e come cliente [lasciamo stare la colleganza, o ex colleganza: qui il rapporto era tra lettore ed editore]. La collana s’è giovata di un esordio davvero notevole, l’onirico Oltre la collina di Giorgio Fontana, ma poi non ha saputo mantenere il passo; per essere un progetto d’eccellenza, sin qua ha avuto una resa troppo ondivaga e altalenante, nonostante la presenza di buoni o discreti nomi [da Zaccuri alla Gagliardo]. Cosa mi ha entusiasmato: lo spirito fondativo, con l’omaggio a Fugazza, amato mentore di Dadati; l’artigianalità; l’estrema riconoscibilità della collana; l’ouverture, quel racconto di Fontana. Uscita dopo uscita, nel corso degli anni, ho sempre accolto con sincera contentezza il pacchetto piacentino: in qualche caso, ho carezzato l’idea di isolare la risograph e di farla incorniciare. Non potrò rinnovare l’abbonamento non soltanto perché è stato estremamente costoso, ma perché non ha rispettato i tempi, e probabilmente non sono rimasto convinto della qualità dei testi; non posso nascondere che continuerò a seguirla con la dovuta simpatia, a distanza, sperando di intercettarla in qualche fiera e di restare, magari, nuovamente stupito.

LE RECENSIONI DEI LIBRI PAPERO

Tento una sintesi... credo davvero che la strada dell’abbonamento sia fertile e sensata, e forse destinata a dare una stabilità oggi impensabile a parecchi marchi della piccola editoria, e forse a poter almeno avviare qualche collana della media; tuttavia, dopo questi primi due esperimenti, sento di poter fissare dei paletti. 1: non ci si può abbonare “a scatola chiusa”, forse nemmeno alla Biblioteca Adelphi. È bene avere visione in anticipo di almeno 7/10 dei titoli, limitando le sorprese a un numero ragionevole. 2: è comunque saggio che le case editrici variino nelle proposte di abbonamento, limitandole, come già fa Atlantide, a un tot numero di uscite [tre, sette, dieci], per venire incontro a chi vuole prima sperimentare; è altrettanto saggio, poi, che le proposte vengano suddivise per collane, come già sta prevedendo la SUR. 3: è giusto e ragionevole premiare gli abbonati con uno sconto di almeno il 30% del prezzo di copertina. 4: è il caso di pensare a far sentire “unici” gli abbonati, con una copia a sorpresa firmata dagli artisti, un poster, una sacca della casa editrice in omaggio, spedita a sorpresa insieme al libro o ai libri di turno, e magari contenuti “dedicati” ai quali solo gli abbonati possono avere accesso, sul sito web. 5: è doveroso rispettare i tempi – il margine di ritardo non può essere annuale o biennale, né tantomeno semestrale. 6: bisogna far parlare gli abbonati tra di loro, cercare di animare una “comunità”, idealmente almeno in una o due città, in un’osteria o in un caffè letterario, altrimenti tramite internet, in qualche cornice diversa da facebook o da anobii: la prospettiva, da questo punto di vista, è sostanzialmente sconosciuta e le potenzialità sono inesplorate.

Da parte mia, rimango disponibile a rivedere il budget per gli anni a venire: aspetto fondamentalmente nuova meraviglia e nuovo stupore per poter abbracciare o riabbracciare una collana. So di non essere il solo...è una questione culturale, è una questione di civiltà letteraria, è una questione di naturale rifiuto del sistema.