1946: una morte misteriosa a Roma

L’ispettore non era mai potuto essere così spensierato come negli ultimi tempi. Era cominciata l’estate, a Roma, nel giugno del 1946, ed Alberti era seduto alla poltroncina del suo ufficio mentre trascorreva le ore con giornale in mano e sigaro in bocca. Dopo la serie di casi che lo avevano impegnato di recente finalmente poteva distrarsi dal lavoro, anche se, bisogna ammettere, oltre a questo non aveva molto; l’ispettore era un uomo solitario e semplice, che preferiva una vita monotona ma all’interno della quale potesse ritrovarsi nelle proprie certezze.

Le lancette dorate del suo orologio da polso segnavano le tre circa, o poco meno, quando l’agente Marino, con la sua solita eleganza di signore d’altri tempi, spalancò la porta. “Mi dica, Marino”. La voce dell’Alberti era pacata e dal tono basso, caratteristica di colui che trascorre un pomeriggio in tranquillità. “Ispettore, è stato ritrovato un professore senza vita all’Università della Sapienza”. L’ispettore, colto di sorpresa, dopo un attimo di riflessione, si sollevò suo malgrado dal comodo riposo, e rivolto all’assistente, disse: “Mah, strano!” Da poco erano ripresi gli studi, dopo la guerra. “Sa già chi sia il defunto?”. L’agente subito rispose: “Nossignore, la notizia è da poco giunta dalla facoltà di Medicina”. Alberti, a questo punto coinvolto ed interessato , non si perse in altro. I due uscirono dall’ufficio e, una volta superato il corridoio e arrivati nell’androne principale, attraversarono anche questo e scesero la scalinata d’ingresso della centrale. Raggiunsero quindi la jeep designata agli spostamenti urgenti, una di quella appartenenti agli alleati durante la guerra e rimasta alla polizia, e con l’ispettore alla guida si misero in moto. L’aria era calda, ma d’una temperatura piacevole sulla pelle e non ancora afosa come quella delle torride estati romane. Il tempo di percorrenza fu breve ed in poco si trovarono davanti l’imponente entrata del Piazzale delle Scienze, al civico 5. Una volta scesi dall’automobile, venne subito loro incontro un uomo sulla sessantina, basso ed in parte calvo. Con fare agitato e decisamente scosso, si presentò: “Buon pomeriggio, signori. Sono il professor Luisanno, rettore dell’Università”. “Salve, Ispettore Alberti e agente Marino”, rispose con tono sicuro Alberti. “Vi aspettavo con ansia. Ma non intratteniamoci oltre, l’accaduto è grave e bisogna che si faccia luce sui fatti al più presto”. Con ciò, il rettore fece strada ai due pubblici ufficiali.

Superato il viale principale, non fu difficile arrivare agli studi dei professori. “Mi dica, signore, quando e da chi è stato ritrovato il corpo?”. Alla domanda dell’Alberti, corrispose una risposta precisa: “Circa un’ ora fa, una delle donne delle pulizie è entrata nella camera del dottor Anton, la vittima, e alcuni vicini di stanza del professore sentendo le urla della signorina hanno chiamato voi”. A questo punto intervenne Marino: “Riguardo al Professore, lei utilizza la parola vittima. Crede quindi sia stato un omicidio?”. Il preside, rivolgendosi all’agente, rispose: “Ne sono quasi sicuro, data la condizione della stanza del dottore. Vi sono segni di colluttazione, di uno scontro che però, a prima vista, non può essere accertato con alcuna ferita sul corpo dell’Anton”. A questo punto entrarono nella stanza del medico. L’assetto era effettivamente sconvolto da un presunto scontro. Il professore giaceva morto, accanto ad una poltrona. Vicino a questa vi era un divanetto, la cui coperta era disfatta, ed uno scrittoio rivolto verso la finestra, sul quale le poche carte rimaste erano stropicciate, mentre le altre erano state scaraventate sul pavimento. Alcune di queste erano sporche di una sostanza giallognola e appiccicosa. Il medico forense e tutta la polizia scientifica erano già nella stanza ed avevano delimitato con una sagoma il ricalco dell’Anton, il cui corpo stava venendo trasportato dagli agenti nell’obitorio. L’ispettore si rivolse dunque ad uno dei medici: “Dottore, conosciamo la causa della morte?”. L’uomo ribatté: “Al momento no, comunque non vi sono segni particolari sul corpo del professore, se non indizi che conducono ad una pista per morte da shock anafilattico, forse per avvelenamento, ma ne sapremo di più una volta effettuata l’autopsia”. Al dottore l’ispettore rivolse un’ultima domanda: “Dottore, cos’ è quel intruglio caduto sui fogli del professore?”. “Ah, non lo avevo notato. A prima vista, sembra ciò che gli americani chiamano ‘Peanut butter’. E’ un burro ricavato dalle arachidi, che ad Anton era stato forse fornito, magari proprio da un magazzino utilizzato dagli alleati”. “Preside, vi è altro di cui dovremmo essere a conoscenza prima dell’inizio delle indagini?” domandò Alberti. “Attualmente non mi viene in mente nulla, ma stia certo che in caso contrario la richiamerò al più presto. Può comunque chiedere al professor Brunetta, con il quale Anton era in buoni rapporti da tempo”. “Bene – fece l’ispettore, adesso rivolgendosi a Marino – raccolga tutto ciò che ritiene necessario per le indagini e si concentri sui trascorsi del professore durante la guerra. È possibile che Anton sia stato avvelenato, magari per rancori o vendette scaturite proprio dagli accaduti degli ultimi tempi. Ogni informazione può rivelarsi fondamentale. Io, invece, andrò dal professor Brunetta”.

Così dicendo L’ispettore si fece dare indicazioni da un gruppo di studenti che sostavano poco fuori gli alloggi dei professori. Raggiunse quindi la stanza del Brunetta ed una volta bussato alla porta lo accolse un uomo di mezza età. “Salve, ispettore Alberti, desidero parlare con il professor Brunetta”. “Sono io” rispose l’uomo. “Prego, si accomodi” continuò. L’ispettore prese parola: “Professore, ha saputo del decesso del dottor Anton?”. “Purtroppo sì e ne sono addolorato”. “Lo conosceva bene?”. “Fummo mandati al fronte insieme, durante la grande guerra. Lui era medico, mentre io ero soldato. Dopo il conflitto, decidemmo entrambi di lasciare l’esercito”. “È a conoscenza di qualche motivo per cui il professore potesse avere nemici?”. “No… ma ora che ci penso un fatto strano, proprio durante la guerra, è avvenuto. Partito per una spedizione, infatti, il professore, non tornando dopo circa una settimana, venne dato per disperso, ma dopo una dozzina di giorni si presentò all’accampamento come nulla fosse”. Il professore continuò a discorrere, ma la mente di Alberti si era ormai focalizzata su quel particolare, tanto che la sera stessa chiamò Marino per informarlo di ciò.

Il mattino seguente Alberti, vestito elegantemente come suo solito, entrò in centrale leggermente prima delle otto, ripensando al caso e alle possibili piste. Arrivato nel suo ufficio e sedutosi dietro la scrivania, notò che su questa erano già state sistemate numerose carte. Ovviamente – pensò – l’agente Marino era già passato di lì. Pochi secondi dopo, infatti, un deciso bussare alla porta annunciò il suo arrivo. “Buongiorno, capo” fece l’agente. “Ah, si accomodi, Marino”. “Nuove notizie. Per prima cosa, ho controllato i registri dell’esercito e come mi aveva detto lei, Anton si allontanò dall’accampamento per circa due settimane, mentre prestava servizio militare durante la Grande guerra. Poi ho però scoperto che, data la testimonianza di un compagno di battaglione, il professore venne dato per morto. Secondo quest’ultimo fu colpito da un fucile austro-ungarico ma, probabilmente, quando Anton tornò all’accampamento, quella del compagno fu considerata un’allucinazione”. Interessante – considerò Alberti. “Inoltre, lei è stato chiamato urgentemente dal dottor Parolo direttamente in obitorio”. L’ispettore rimase sorpreso, in quanto non gli era capitato mai nulla di simile e trattavasi quindi sicuramente di qualcosa di grave. “Allora andiamo” fece Alberti e così dicendo si alzò dalla sedia e fece strada a Marino.

L’obitorio era vicino alla centrale e si avviarono quindi a piedi. In poco furono davanti il principale ufficio della polizia scientifica. Fattisi aprire e accompagnare da uno dei medici fino alle celle frigorifere, trovarono il dottore seduto su una sedia, in una specie di shock. “Salve Parolo, siamo venuti prima possibile”. Alle parole di Alberti, il medico mostrò il volto, dall’aspetto terrorizzante, e con un sibilo rispose: “… Mai… A… Avev … Avevo… Visto… nulla di… di simile”. I due poliziotti si guardarono più che sorpresi e poi interpellarono gli infermieri vicini, i quali gli sconsigliarono di vedere il corpo della vittima, ma data la situazione e la mancanza di spiegazioni, Alberti fece richiamo a tutta la sua esperienza e si avviò verso la sala autopsie. Marino, seppur inizialmente titubante, lo seguì. A questo punto superarono un’ultima porta in vetro ed infine furono lì, davanti al corpo aperto dell’Anton o di ciò che ne rimaneva. La faccia inorridita dell’ispettore fu seguita da un leggero cedimento dei sensi di Marino. Davanti a loro vi era qualcosa dissimile più di qualsiasi altra da un corpo umano. Davanti a loro vi era un mostro. No, davanti a loro, per usare le parole di Alberti, vi era “…un Alieno…”. La pelle del professore era stata cucita sul vero possessore di quel corpo, un essere sovrumano dalle sembianze sicuramente extraterrestri intrappolato in una maschera che lo aveva nascosto per quasi 30 anni. L’alieno era lì, sdraiato sul tavolo dell’autopsia, liberato finalmente da un vestito oppressore con il quale aveva convissuto, quanto, tutta la sua vita? Un’infinitesima parte della sua millenaria esistenza? Queste erano le domande che si poneva l’ispettore, ma non quelle a cui dava importanza. La sua mente era rimasta lucida, a differenza del corpo, e funzionava ancora più velocemente. Il vero professor Anton, – pensava – era uscito in spedizione con il suo battaglione, ma colpito da un soldato nemico era caduto e morto. Passati pochi giorni, quell’essere, non si sa bene da dove e quando venuto sulla Terra, si era impossessato del corpo del professore, cucendosi la sua pelle addosso per non essere riconosciuto dagli uomini, e poi era tornato all’accampamento. Così, grazie a tecniche per parlare, vedere, sentire e toccare, evidentemente studiate per decenni, egli visse trent’anni finché del burro di arachidi, alimento innocuo per un uomo ma non per un Alieno, gli provocò una reazione allergica che, dopo un’agonia turbolenta che gli fece strappare le lenzuola e distruggere i suoi scritti, una normalissima mattina di giugno determinò il termine di una fantascientifica vita.

Filippo Celata, II F - I.C. Via Crivelli, Roma

Racconto vincitore del Premio A.A. Fantascienza Cercasi 2018 riservato agli studenti delle scuole medie del Lazio.



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