Dio è un proiettile
Il mondo di Bob Hightower è piccolo, circoscritto. Sarebbe anche tranquillo, se non fosse per un matrimonio andato in malora: ma in fondo passare la sera con l’auto di pattuglia vicino alla casa dove vive la sua ex moglie col nuovo compagno ma soprattutto sua figlia Gabi e fare lampeggiare la sirena aspettando che dalla cameretta di Gabi arrivi un flash di lampadina in risposta gli basta. Si va a letto più sereni, dopo. Non senza trascurare una preghiera al buon Dio lassù, naturalmente. La vita di Bob è la vita di tanti, nella vasta America cristiana. Ma Bob non ha fatto i conti con Boston Teran, che nel suo romanzo d’esordio lo scaraventa in un incubo violento, sanguinario, brutale, perverso, e spazza via tutti i suoi valori morali e le sue certezze alla John Wayne con la potenza di una bomba all’idrogeno. La fascinazione tutta particolare per i culti religiosi che si respira negli Usa come in nessun posto è il pretesto dal quale Teran parte per mettere in scena una vicenda che se a momenti risente di una certa prevedibilità (quante coppie male assortite di protagonisti abbiamo già visto ad Hollywood, quanti santoni affascinanti e malvagi dallo slogan pungente?), costruisce le sue fortune su un linguaggio davvero innovativo, ultra-gore, metallico: uno slang pop violentissimo e moderno che non può non toccare emozionalmente in profondità. Immaginate un fritto misto di Quentin Tarantino, Charles Manson, James Ellroy, del primo Russ Meyer, aggiungete sesso duro, eroina e retorica del tatuaggio. Colonna sonora, Grateful Dead e death metal: cibo, messicano piccante. L’autore prende per la collottola i suoi personaggi e li sbatte in un’arena polverosa dove si scannano senza pietà, strafatti di adrenalina e acido. Dio è un cartello Torno subito, la legge un terribile scherzo, la morale una favola senza senso. Il romanzo si è aggiudicato molti premi, tra i quali lo Stephen Crane Award e il John Creasey Dagger. Una curiosità sul titolo: è lo stesso Teran a raccontarne la genesi in una vecchia intervista: “Molti anni fa ero in un bar in Thailandia, pieno di gente che veniva dalle parti più diverse del mondo. Accanto al bar c’era un bordello e un’arena per il combattimento dei galli. Sui muri del bar si poteva scrivere quello che si voleva: era il solito florilegio di barzellette e oscenità, il tipo di cose che vengono in mente agli ubriachi. Un tizio mezzo tedesco mezzo thai, strafatto di alcol, pillole e marijuana scrisse davanti a me una frase in una lingua incomprensibile. Gli chiesi cosa avesse scritto, e lui mi spiegò che si trattava delle parole di un monaco buddhista scacciato da un tempio quando i suoi superiori avevano scoperto che si faceva di eroina: Dio è un proiettile in testa. Non l’ho dimenticato mai”.
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