Necropoli

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Aldilà del filo spinato c’è il mondo dei vivi, aldiqua la Necropoli, la città fatta di morti che camminano. Boris Pahor, partigiano triestino appartenente al fronte di Liberazione Nazionale Sloveno, vive da “politico” l’esperienza del lager, prima a Dachau e infine - dopo altri passaggi - a Bergen Belsen, dove viene liberato dagli Alleati. Boris Pahor è un testimone che racconta il “buco nero” della sua biografia sollecitato da una visita al lager che lo ha visto tra gli internati. Siamo alla fine degli anni ’60, e la cicatrice legata alla Shoah è ancora dolente. Boris ascolta la guida, un serioso vecchietto con un bastone, che descrive ai visitatori l’orrore del campo come si spiega il Cenacolo di Leonardo ad un gruppo di turisti in gita; i ricordi allora vengono a galla e il flusso della memoria si apre inaspettatamente. Il piazzale dell’appello, le baracche fredde ed affollate, la ciminiera del crematorio che fuma ininterrottamente e che ingoia i corpi e le anime dei prigionieri. Pahor, spettatore attonito di tanta malvagità, riesce, dopo aver conosciuto la miniera e la fabbrica, ad ottenere, grazie alle simpatie di un medico – internato anche lui - un posto in infermeria ad incidere piaghe, combattere la dissenteria e contagiarsi ogni giorno irrimediabilmente di un morbo mortale che resiste al Tempo ed alla Storia…
Boris Pahor è uno dei sopravvissuti alla Shoah. Scrittore sensibile e acuto, racconta in modo asciutto e sincero l’inferno che ha vissuto e dal quale non può ritornare. Oltre alle descrizioni di suoni ed immagini che hanno fatto entrare il campo di concentramento nella memoria collettiva e non solo di quella dei sopravvissuti, come la ruvida e cenciosa divisa rigata, le urla delle guardie tedesche, il piazzale dell’appello, il suono dei cucchiai nelle gamelle, c’è in Pahor una capacità di descrivere quello che si agita nella mente e nel cuore di un uomo ridotto ad un fantoccio dalla crudeltà di altri uomini. Ho letto molto in passato sullo sterminio degli ebrei: da Primo Levi a Vincenzo Pappalettera, da Christian Bernadac a Simon Wiesenthal, ma mai nessun autore era riuscito a trasmettermi in modo così vivido il senso di annientamento del corpo nel lager, un involucro fetido e purulento senza più niente di umano, ma soprattutto a fare luce su quei perversi meccanismi mentali (l’egoismo primo su tutti) legati ad una esperienza così brutale e totalizzante. Dinamiche psicologiche delle quali vergognarsi in situazioni di normalità che rendevano vittime e carnefici attori della stessa tragedia: gli uni in balia dei loro istinti primordiali, gli altri impegnati in un annientamento “scientifico” che senza limitarsi alla semplice uccisone ammantava il tutto di un sadismo perverso (un esempio su tutti la scritta “Il lavoro rende liberi” all’ingresso del campo) che sapeva di macabra “rirualità”. Da adolescente qualche volta mi capitava, dopo aver posato l’ennesimo libro sulla Shoah sopra il mio comodino, di non riuscire ad addormentarmi. Avevo paura che chiudendo gli occhi ci fosse il rischio che dalla mia camera ovattata potessi essere catapultata in una baracca di legno, vestita di una divisa a strisce e circondata da una babele di volti smagriti. L’Olocausto penso sia stato proprio questo: un incubo che gli uomini hanno voluto rendere reale nella notte più buia della Storia.

 

 

 

 
 
 
 

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