Amarella

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In un tempo e in un luogo non troppo lontano, nel villaggio di Tiravento, vive Amarella, una bambina che non ha voce. L’ha persa dopo il naufragio che, quando aveva solo quattro anni, le ha portato via i suoi genitori, i marchesi di Boscomare, depositandola sulla riva infreddolita e sola. Il suo vero nome non lo ricorda nessuno. Amarella, come la pianta selvatica dai piccoli petali bianchi, è il nomignolo che le ha attribuito il suo unico amico, Agrifoglio, un contadino con un particolare, ma simpatico difetto di pronuncia. Proprio come la pianta di amarella che si adatta ad ogni terreno e ambiente, Amarella accetta la sventura di vivere nel castellaccio dello zio Leonardo Saverio Notti, vessata dalla sua servitù che non le risparmia scappellotti, punizioni e fatiche, costretta a vivere in una stanzetta poco luminosa e stipata di cassette di stoccafisso. Non sa parlare, né leggere, ma ha una memoria straordinaria, perché tutti i pensieri e le parole che vorrebbe lasciar andare fuori con la voce, nella sua perspicace testolina rimangono ammassati come acciughe nel vasetto e da lì non scappano. Anche la tristezza per la solitudine in cui è costretta a vivere non trova parole per sfogarsi, eppure, la sua condizione le dà forza e coraggio da vendere, insieme a una dose terapeutica di curiosità. È questa virtù e insieme difetto, che spinge Amarella a cercare di scoprire cosa mai si nasconda nella cantina oscura in cui lo zio Notti, alias Dottor Cut, conduce segreti e terribili esperimenti contro natura. Non vista da nessuno, approfittando di un momento di distrazione generale, Amarella si introduce nel laboratorio proibito e la sua curiosità, benché grande, è nulla in verità dinanzi all’orrore che le si mostra davanti. Creature mostruose, carcasse di quadrupedi e uccelli. “Oh mio Dio!” avrebbe esclamato se non fosse stata muta e poi avrebbe gridato forte per chiedere aiuto. Incantata ad osservare un “gatto corvo”, che miagola come un gatto e poggia su due zampe da volatile, Amarella non si accorge dell’arrivo del truce assistente dello zio, che tenendola stretta per la collottola la costringe a stendersi su un tavolo con il ripiano di marmo…

È una fiaba per grandi e piccini la storia che Giuseppe Conte ha imbastito con il filo magico delle parole, opportune, eufoniche, divertenti e dense di significati. Un racconto che fa l’occhiolino alle favole del passato, alle storie di maghi, pozioni e incantesimi, di lotta fra il bene e il male e che, lasciando che una risatina scappi qua e là, consegna al lettore la formula magica per arrivare al tesoro, che è la bellezza e la complessità del linguaggio. Il linguaggio è strumento per comprendere il mondo ed essere liberi e questa è la lezione che i più grandi porteranno con sé, una volta chiuso il libro. Il rispetto per la natura e le sue creature è il messaggio che colgono anche i più piccini, insieme alla tenacia di riuscire a sperare contro ogni speranza. Proprio come fa Amarella, che accetta il suo presente e pur soffrendo non si commisera, ma si affretta a trovare soluzioni, per migliorare la propria condizione. L’autore, poeta e scrittore italiano, noto anche per aver fondato il “mitomodernismo”, movimento per il riscatto dell’esistenza individuale e collettiva attraverso l’arte, la poesia e la bellezza, si cimenta in un genere nuovo, una fiaba, in cui però infonde alcuni elementi peculiari della sua multiforme e notevole produzione letteraria: il potere della parola come mezzo per entrare in comunicazione con creature umane e non solo, il mito, il viaggio.



 

 

 

 
 
 
 

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