Autobiografia della mia infanzia

Autobiografia della mia infanzia
In via Ancona, in quel di Modena, c’era un asilo con i tetti in amianto, a cinque minuti esatti di strada (esattamente a bordo di una Cinquecento color panna e nocciolino) da via Guglielmo Della Cella. Qui, al numero 35, abitava Ugo, che in quell’asilo (ma anche in qualsiasi altro) non voleva saperne di andare; ragion per cui, magari anche senza farlo apposta, se ne inventava una al giorno: sfracellarsi il piede nella ruota della bici di suo papà, sbattere la testa sul parabrezza dell’auto (sempre in compagnia del padre, un tipo un po’ tanto tra le nuvole…) o altre robe del genere, comprese le recite a prova di lacrima dedicate alla mamma, che gli ripeteva: “allora ciao, io vado via”, ma lui scoppiava a piangere e così lei non se ne andava mai, oppure se ne andava, ma gli prometteva un’uscita anticipata, che veniva a prenderlo la zia Maria, sorella di sua nonna, in sedia a rotelle, che viveva pure lei al 35 di via Guglielmo Della Cella. Dove, in effetti, risiedeva tutta la famiglia al completo, ovvero: Ugo, la sua sorellina bionda, sfortunata bevitrice di grappa, mamma sempre affacendata e papà sempre nel suo mondo, più nonno, nonna, zia Maria e zia Bruna. Poi il nonno morì d’infarto, anche se sua madre si ostinava a non farlo seppellire, che non si sa mai, a volte mica si crepa sul serio. Lo seguì la nonna, restarono gli altri, si chiuse e si aprì una nuova epoca. Ugo cominciò le elementari, si appassionò ai giochi tra maschi nel cortile di casa, al corpo nudo di un’amica di mamma e divenne amico del Ghetti, il suo compagno di scuola che frignava per niente e la maestra lo mandava a consolarsi dalla Pierina, la bidella. Poi c’erano le gite in Appennino, a Guzzano, dove Ugo osservava i girini nei fossati, pescava i tritoni e scappava dalla scrofa imbufalita insieme al Sergio…
Così, di anno in anno, dai tre anni fino agli undici, riaffiorano i momenti più lontani di un ex bambino che si è fatto uomo. L’Ugo Cornia che conosciamo si è persino stupito di questo strambo countdown della memoria, che ha riportato alla luce tasselli remotissimi apparentemente insignificanti della sua vita,  per alloggiarli all’interno del grande mosaico che rinomina e significa la sua storia personale. Si tratta, come afferma nel libro, di  “ricordi fatti a fotografia, non a filmino”, cioè di flashback sparsi, che trovano un denominatore comune nella stagione dell’infanzia, qui rievocata con sortite comiche, dalle quali si può però percepire quel tipico sentimento del rimpianto, che non è semplice nostalgia del perduto, ma tenerezza di sguardo e benevolenza paterna verso quello che siamo stati. Il periodo dell’infanzia, infatti, è tutto sommato l’unico nella nostra articolata esistenza in cui ci è dato pensare che: “sono belle addirittura anche le cose brutte”, perché tutto ancora è da compiersi, non esiste passato e il presente è il tempo vorace di un cerino. Con questo spirito irresistibilmente leggero, leggiamo le 99 pagine della autobiografia “corniana”, dedicata a un pubblico giovane (diciamo dai 12 anni in su), ma sicuramente più apprezzabile dal target degli adulti, ai quali rimarrà tuttavia un senso di sospeso, un’acquolina negli occhi, come se la storia fosse finita troppo presto, stroncata dal sopraggiungere di eventi di forza maggiore (l’adolescenza?). Attendiamo dunque il seguito e invitiamo l’autore a proseguire su questa strada, nella quale riconosciamo le cifre peculiari di una scrittura vivida e fresca, di un lessico assolutamente originale, di una prosa che attinge nella sua studiata illetterarietà, nel suo carattere “provincialesco”, nella sua goliardia boccaccesca a quel pozzo di narrativa contemporanea che sorge abbondante, per frangenti natali o condivisi intenti adottivi, nella nostra fertile Emilia. Basta pensare, accanto a Cornia, alla brigata dei Cavazzoni, Nori, e, perché no, Avati: narratori di razza, dotati della virtù rara di sapere trasporre nella pagina scritta il piacere e il gusto dell’oralità, su cui si fonda la tradizione del racconto. Un genere molto caro a chi pratica con devozione l’arte dell’ascolto e della parola.

 

 

 
 
 
 
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