Bafana Bafana

Bafana Bafana
Pelè è un ragazzino di undici anni senza scarpe e senza bicicletta che vive in un polveroso villaggio sudafricano lontano dalle grandi città. Un arido agglomerato circondato dalla giungla dove la dignità umana sembra compensare la carenza dei bisogni di prima necessità. E così i bambini che nulla hanno se non una pallina da tennis, imitano con quella le gesta dei loro eroi: i Bafana Bafana; Ragazzi Ragazzi che dai campi di Città del Capo illuminano gli occhi di grandi e piccoli. Accovacciati sulla sabbia, Pelè e i suoi amichetti seguono le partite da un vecchio televisore collegato alla batteria di una macchina, pronti a danzare scalzi al goal del loro idolo Zuma. Ma Pelè ha un sogno, quello di vedere i suoi eroi dal vivo: poter toccare con mano l'immensità di uno stadio, il sudore dei campioni, le meraviglie di una civiltà luccicante. Ma la strada è lunga e impervia. Così si rivolge a Vecchio Jamani, uno sciamano del villaggio che vive in un immondezzaio impestato dai topi. Ma al di là dell'apparenza riprovevole quell'uomo saprà accompagnare il nostro piccolo protagonista al coronamento del suo sogno, dirigendo una magica alleanza tra gli animali selvatici del bundu (labirinto paludoso dove vive Jamani) ognuno dei quali fornirà a Pelè un amuleto da usare durante le difficoltà...
Dopo un mondiale che non verrà di certo ricordato per le gesta dei giocatori, né tanto meno per la spettacolarità del gioco e dove il suono delle vuvuzelas è sembrato essere l'unico elemento che riconducesse i giochi alle tradizioni del paese ospitante, ci voleva qualcosa a ricordarci che il calcio è molto più che competizione sportiva, sfoggio confuso di nazionalismo o rito ipnotico, spesso e volentieri isterico, retto dai fili del mercato economico mondiale. Certo, se ci fosse stata la presenza più assidua di Mandela, colpito da un grave lutto familiare poco prima dell'inizio dei giochi, di certo l'evento avrebbe assunto un fascino più autentico. Sta di fatto che la palla (che sia lo Jabulani o una pallina da tennis) è molto più che uno strumento di gioco: è un simbolo semplice e genuino, una rotondità pura dalla quale sono attratti bambini, adulti, cani, gatti e persino i pesci. E allora niente meglio di una favola per certificarne la magia. Troy Blackways, accompagnato dalle illustrazioni di Andrew Stooke ci riporta al significato autentico di questo sport. Una storia leggera, narrata a mo' di parabola, con meccanismi ripetitivi ma mai stucchevoli, dove soffia tra le righe una delicata brezza di ideali di pace e giustizia e non potrebbe essere altrimenti quando l'eolo recondito è Nelson Mandela. Intanto, mentre in Francia si fanno interrogazioni parlamentari sul tonfo dei bleus, in Italia subiamo ancora gli strascichi mediatici di una brutta figura e in Brasile e Argentina poco ci mancava indicessero giorni di lutto nazionale, in qualche villaggio sudafricano ci sono ancora dei ragazzini scalzi che sanno dare un senso a questo gioco; ecco, loro di certo non avrebbero meritato la sconfitta.

 

 

 

 
 
 
 

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