Barbablù

Barbablù

Estate. Due sorelle si rilassano in giardino: Cate sembra aspettare che succeda qualcosa, Anna si concede buone letture, all’ombra di un melo. Come scintillano quelle tre mele rosse! Il tempo sembra sospeso, non passa mai. Ad Anna non dispiace, perché sprofonda nel piacere della letteratura; Cate invece stuzzica il suo gatto nero, Leon, e intanto va qua e là, a sbirciare oltre le siepi, a cercare qualcuno, qualcosa, non sa. Un giorno, dietro una di quelle siepi, appare un uomo molto elegante, con una stranissima barba blu; in paese tutte le donne lo guardano con diffidenza, ma non Cate. Barbablù ha un castello, nel bosco; vuole portare Cate e Anna in carrozza, per una passeggiata. Forse fin là: chissà. Anna non vuole, Cate è entusiasta: Anna accetta di accompagnarla. Sulla scena, dapprima, intravediamo il blu: blu è il dorso del libro abbandonato a terra, blu è il cavallo che tira il cocchio, blu notte il cappello del misterioso estraneo. Poi, nell’illustrazione successiva, sprofondiamo proprio nel blu: blu sono i cavalli rampanti che tirano il cocchio, blu i tronchi degli alberi. Anna e Cate guardano la natura cambiare colori; Barbablù, intanto, lancia al galoppo la carrozza. Sta cominciando qualcosa: Cate è come stregata e si lascia corteggiare, Anna fatica a dissuaderla. Si dice che quel castello nasconda qualcosa; a Cate non fa paura. Nemmeno si stupisce del gatto, Leon, che rifiuta uno dei tanti regali di Barbablù e fugge via, dopo averlo graffiato. Anna aspetta qualcosa di diverso: è l’anello rosso di Barbablù, che si ritrova all’anulare, un giorno, fatalmente: un rubino. Come scintilla quel rubino! Barbablù vuole sposarla: Anna accetta. L’unica ragione di malinconia è che il gatto, il vecchio gatto Leon, è sparito, niente, non si trova più. La festa del matrimonio è spettacolare, sembra un sogno; tutto va come deve andare sin quando un giorno Barbablù deve partire per un viaggio di affari. Parte e lascia un grosso mazzo di chiavi: sono chiavi che aprono cento stanze differenti, tutte da scoprire. Una soltanto è proibita, tra tutte le cento stanze: Cate non deve nemmeno avvicinarsi, altrimenti se ne pentirà. Saprà resistere alla curiosità? Sulla scena, adesso, iniziamo a intravedere una volpe: è una volpe che forse rappresenta i fantasmi che infestano il castello, e l’innocenza sfregiata da Barbablù; l’illustrazione che racconta le "cento chiavi" lasciate alla povera Cate vede, a un estremo, due volpi che sbucano da una tenda blu, o dietro una porta blu, e la osservano; nel foglio successivo, blu è il tappeto sul quale Cate e – poco distante – una volpe camminano, mentre lei va in cerca dei segreti del castello, stanza per stanza; infine, scorgiamo una volpe appesa – assieme a tante chiavi, e a sei stoffe blu - nella stanza proibita, quella che ospitava il segreto che non andava svelato. Cate e sua sorella Anna sono spaventate – quel diavolo sta per tornare...come potranno difendersi? Chi potrà salvarle? Ritroveranno la perduta libertà? Si sono davvero compromesse?

La classica fiaba settecentesca di Charles Perrault, oscura e sinistra, viene restituita in questa elegante edizione Logos dai magnifici disegni dell’illustratore messicano Gabriel Pacheco; sono gotici e notturni, piacevolmente infestanti; la sensazione è che Barbablù sia una figura sinceramente demoniaca, e che questa versione della fiaba sia una meditazione sull’innocenza (perduta: o che si rischia di perdere), sulla crudeltà (gratuita e sottile), sulla seduzione (luciferina) e sul senso del limite. Una delle due sorelle, Cate, non conosce misura e non conosce limite; l’altra, Anna, fatica ad arginarla e a trattenerla, e finisce per condividerne la sorte, sino all’esito ormai insperato. Abbiamo per le mani un cartonato, color blu notte – proprio come il libro che cade dalle mani di Anna, nelle prime battute – che sembra poter costituire una ragione di meditazione sul fascino del proibito, della ricchezza e del male, in genere. Pacheco mostra una figura femminile che sembra predestinata a cedere e una che potrebbe evitare qualunque disgrazia, e che tuttavia fallisce. Il testo puro, isolato in appendice, firmato da Chiara Lossani, racconta in più punti qualcosa di troppo e qualcosa di diverso rispetto alle immagini; ciò probabilmente consente una visione bambinesca del libro – per pura sequenza di immagini, col commento di un adulto – e una visione ragazzina e ovviamente più matura, ibridata a una lettura della vecchia fiaba riadattata. Personalmente sono rimasto ammirato dall’interpretazione di Pacheco – forse si poteva fare a meno di accompagnarla a un testo: la terribile fiaba di Barbablù è decisamente conosciuta – mentre sono rimasto un po’ interdetto dalla riscrittura della Lossani, a volte grossolana. La sensazione è che gli autori siano andati ognuno per la sua strada, a un certo punto (peccato: ma rimangono quegli incredibili disegni, che da soli giustificano l’acquisto). Qualche notizia biobibliografica sugli artisti. L’illustratore è Gabriel Pacheco, classe 1973, alle spalle anni di studio nella Escuela Nacional de Artes Plásticas, dal 2016 direttore della scuola di illustrazione di Sarmede. Tra i riconoscimenti ricevuti in carriera, per le sue superbe illustrazioni, la nomina all’Astrid Lindgren Memorial Award. La scrittrice è la bibliotecaria milanese Chiara Lossani, classe 1954, già conosciuta per Vincent van Gogh e i colori del vento (Arka, 2014; illustrato da Octavia Monaco, è stato tradotto in dodici lingue) e per La nascita delle stagioni. Il mito di Demetra e Persefone (Arka, 2006; illustrato da Octavia Monaco, tradotto in sei lingue). Insieme a Pacheco aveva già lavorato pochi anni fa, dando vita a Icaro. Nel cuore di Dedalo (Arka, 2016).



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