Conan, il ragazzo del futuro

Conan, il ragazzo del futuro

Briac Roa, il Maestro, il più grande scienziato vivente, aveva predetto cosa sarebbe accaduto se i generali avessero utilizzato le potenti armi ad energia magnetica. Ma i generali non lo avevano ascoltato, e avevano usato quegli ordigni. “Così il pianeta aveva paurosamente oscillato sul suo asse magnetico, mentre i generali erano finiti in fondo al mare”, in quella terribile notte in cui l’oceano si era alzato, e un intero continente era stato sommerso: la notte in cui tutto era mutato, la notte del “Cambiamento”. In pochi erano riusciti a fuggire. Il ragazzo, dodici anni, si era ritrovato solo, orfano e naufrago, perduto in un piccolo sassoso arcipelago nel mezzo del nulla. Sono passati cinque anni. Il ragazzo è sopravvissuto. Ha imparato a pescare, ad affumicare il pesce. A costruirsi un riparo. Gli uccelli marini sono i suoi unici amici. Una piccola rondine di mare, Tikki, è l’unico legame con la sua amica Lanna, la nipote di Briac Roa. In qualche modo è certo che loro lo stiano ancora cercando, che sappiano che è ancora vivo, ed in attesa di essere salvato. Quando una nave da ricognizione approda alla sua isola, viene a conoscenza di una nuova verità: l’Unione di Pace, che aveva tentato di dominare il mondo, non esiste più, spazzata via con le sue armi e le sue ambizioni di conquista dall’immensa ondata che ha mutato la faccia della Terra ed il corso degli eventi. Ne ha preso il posto il Nuovo Ordine, che si è incaricato della ricostruzione, a cui rispondono i tre uomini e la donna dalle informi casacche grigie sbarcati dal natante, che lo fanno prigioniero per portarlo ad Industria, centro nevralgico del nuovo stato. Quel che non sanno è che il ragazzo potrebbe facilmente sbarazzarsi di loro, ma ha deciso di seguirli: glielo ha ordinato la voce che già una volta gli ha salvato la vita, subito dopo l’approdo all’isolotto, e che gli è risuonata con chiarezza in testa “Calmati, Conan. È tempo di andare. Tu hai una missione da compiere”…

“La mente andò al suo dodicesimo compleanno, un momento preciso nel tempo che non poteva dimenticare perché era il giorno in cui era stato trascinato dalla corrente sull’isola. Prima di allora – ma era meglio non pensare al prima – era Conan di Orme. Ma Orme non esisteva più, come non esisteva più nessun altro luogo appartenuto al mondo occidentale. Il tempo cominciava dal giorno del suo dodicesimo compleanno, quando intirizzito, spossato e appena cosciente era riuscito a uscire dall’acqua. Era solo Conan allora. Conan, un essere sperduto, nudo e solo”. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 con il titolo The Incredible Tide (L’incredibile ondata), questo romanzo di fantascienza post-apocalittica per ragazzi firmato dallo scrittore ed illustratore statunitense Alexander Key affascinò Hayao Miyazaki, disegnatore, sceneggiatore nipponico – che in capo a pochi anni avrebbe fondato lo studio Ghibli da cui sarebbero usciti capolavori del cinema di animazione come Principessa Mononoke, Il mio vicino Totoro, La città incantata, Il Castello Errante di Howl – che ne trasse un adattamento (molto liberamente ispirato) in forma di una serie anime in ventisei episodi intitolata Conan, il ragazzo del futuro (Future Boy Conan), destinata a restare impressa nell’immaginario di più di una generazione di spettatori, e a dare il titolo a questa edizione italiana dell’opera letteraria. Della poesia, della profondità di caratterizzazione dei personaggi del cartone animato si rinvengono solo tracce parziali nello scritto di Key, che riesce comunque a tratteggiare in poche pagine un inquietante universo narrativo distopico che ha il suo epicentro brutale in Industria, città simbolo di una società costruita su uno schema a caste in cui l’ascesa è possibile tramite strumenti quali la delazione, ove i diritti degli individui sono soverchiati da un presunto interesse della nazione. Il messaggio di fondo è ambientalista ed universalmente antimilitarista, e sarà questo l’elemento che ritroveremo nella successiva opera miyazakiana (la dedica in esergo nella edizione originale recita: “To a people unknown, of a land long lost – for surely what is written here has happened before. It depends upon us alone / whether it is a reflection or a prophecy” – “Alla gente sconosciuta di una terra da lungo tempo dimenticata – di certo ciò che qui è scritto è già accaduto. Dipende da noi soli / se questo è un riflesso o una profezia”), assieme ad una amara e quanto mai attuale riflessione sulla ottusità dell’uomo, condannato alla ripetizione di tragici errori sulla base di una volontà di dominio che prescinde da ogni possibile disastrosa conseguenza, a cui solo l’abbandono di ogni forma di prevaricazione, la cooperazione e la reale uguaglianza tra persone potrebbero porre argine.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER