Cuore

A Torino, il lunedì 17 ottobre di uno qualsiasi degli anni Ottanta del milleottocento è il primo giorno di scuola. Enrico, scolaro di terza elementare scrive: “Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala voglia”. Enrico ha trascorso tre mesi di vacanza fuori città, dunque appartiene ad una famiglia borghese. La scuola che frequenta insieme al fratellino minore  accoglie tuttavia bambini di ogni classe sociale, nomi e volti che non riusciamo a dimenticare: c’è il leale, coraggioso e precocemente adulto Garrone; c’è Coretti col berretto di pelo di gatto; c’è il calabrese appena giunto al nord; c’è Stardi che tiene con gran cura la sua piccola biblioteca; c’è Derossi “quello che ha sempre il primo premio”; c’è il muratorino con muso di lepre e sempre un poco di calcina sui pantaloni; e c’è Franti, il discolo impenitente, l’“infame”; c’è il maestro Perboni che dice agli alunni “studiate e siate buoni. Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi […] non voglio aver da punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi di cuore; la nostra scuola sarà una famiglia e voi sarete la mia consolazione”…

Leggendo Cuore vediamo trascorrere un anno di vita scolastica, da ottobre a luglio, nella scuola pubblica degli anni immediatamente successivi all’unificazione del nostro Paese. E, se ad ottobre la ripresa delle lezioni è dura, a luglio difficili esami mettono alla prova le conoscenze degli scolari, rivelando la generosità e la solidarietà di quelli tra loro che si prodigano per aiutare i compagni in difficoltà: “Bisognava vedere Derossi che moto si dava per aiutarli, come s’ingegnava a far passare una cifra e suggerire un’operazione, senza farsi scorgere [...] Anche Garrone, che è forte in aritmetica, aiutava chi poteva”. Cuore però non è solo il diario di un anno di scuola. Il memoriale di Enrico è intervallato dalle lettere che vengono scritte al ragazzino dai genitori e dalla sorella maggiore e dai racconti mensili, i testi più letterari del libro, che hanno contribuito non poco alla sua fortuna: da “Il piccolo patriota padovano” a “La piccola vedetta lombarda” a “Il piccolo scrivano fiorentino”; da “Il tamburino sardo” a “L’infermiere di Tata” a “Sangue romagnolo”, a “Valor civile” al notissimo “Dagli Appennini alle Ande” a “Naufragio”. Pubblicato per la prima volta nel 1886, Cuore è l’opera per la quale Edmondo De Amicis (1846-1908) è noto ai più. Il libro ha avuto numerosissime edizioni, in Italia e all’estero, ed è, insieme a Le avventure di Pinocchio, il classico per giovanissimi più conosciuto nel nostro Paese. Diverse sono state le sue trasposizioni cinematografiche (molto nota quella di Luigi Comencini per la RAI) e non sono mancati i cartoni animati riferiti ad alcune sue parti (chi non ricorda Marco di “Dagli Appennini alle Ande”?). Quest’anno, nella ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Cuore può essere rivisitato e riproposto quale testo esemplare del tentativo del nuovo Stato italiano, appena uscito dal Risorgimento, di formare i suoi cittadini. Roberto Denti, libraio e scrittore, ha recentemente notato: “Nello scrivere Cuore, De Amicis aveva ben presente la questione dell'unità d'Italia ed era perfettamente consapevole dell'operazione che stava compiendo: nello stesso libro mise insieme storie e personaggi diversi per estrazione sociale e regione d'origine, una lezione per l'epoca ma ancora attuale”. Sappiamo che De Amicis, si dedicò con straordinaria intensità e con grande entusiasmo alla scrittura di Cuore; lo afferma egli stesso in una lettera all’editore Treves del 16 febbraio 1886: “Vivo tra i miei ragazzi delle scuole elementari, li vedo, li sento e li adoro, non mi par più di essere nato per altro che per quello che faccio”. Del libro critici e studiosi hanno anche notato i limiti: Pino Boero, studioso di letteratura per ragazzi, ha evidenziato l’impianto militaresco dell’educazione deamicisiana (“I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra” scrive il babbo ad Enrico, e gran parte dei racconti mensili sono dedicati ad episodi di guerra) ed anche il forte valore educativo attribuito nel libro all’esperienza del dolore, alla tristezza, alle lacrime. L’opera è in questo figlia del suo autore (De Amicis era stato educato all’Accademia Militare di Modena) e del suo tempo: un tempo in cui la mortalità infantile era alta, la guerra esperienza quotidiana, la medicina dotata di pochi e modesti rimedi. Un tempo in cui la psicologia e la psicanalisi non erano nate e quindi ogni intervento educativo era estremamente, quasi pedantescamente, impartito; ogni ammonimento pesava come macigno; ogni discolo (Franti, stigmatizzato nel romanzo ma riabilitato in tempi a noi vicini dalla critica di Umberto Eco) era considerato irrimediabilmente perduto. E tuttavia Cuore resiste anche a fronte di una rilettura contemporanea; gli esempi morali che propone sono sempre alti e profondamente laici: il mese di dicembre, per fare un solo esempio, è immune da qualsiasi zuccherosa citazione natalizia; ne “Il giorno dei morti” la mamma ricorda ad Enrico coloro che dedicarono la vita all’impegno civile ed enumera non solo i protagonisti di atti eroici, ma anche le maestre che spesero la vita per gli alunni, i medici degli ospedali, gli operai vittime del lavoro. Insomma, non è del tutto vecchio e logoro questo Cuore. Se poi il disegno risorgimentale ed anche utopico della costruzione di una salda identità culturale degli italiani non si realizzò completamente e conobbe cadute, intoppi, cancellazioni (come non pensare a quella che stiamo vivendo?); se la lettura integrale del libro non può più essere proposta a fanciulli delle elementari, che non sarebbero in grado di portarla a termine, ma piuttosto a ragazzini più grandi o, meglio e storicizzandola, a “giovani adulti”, la responsabilità non può essere imputata a De Amicis, non vi pare?



 

 

 
 
 
 

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