Diario del lupo cattivo

Diario del lupo cattivo
“Il mio nome è Ezechiele e ho un problema con la carne. È bello riuscire finalmente ad ammetterlo. Per un lungo periodo non sapevo neanche di avere un problema. Cioè, mi piaceva, perciò che c’è di maiale, voglio dire, di male? Il Vecchio MacDonald non sente mai la mancanza di tutti quei polli e tacchini, no? E la Piccola Bo Peep, be’, la maggior parte delle volte ha dei problemi a ritrovare tutto il suo gregge. Ho viaggiato in lungo e in largo, assaggiando la migliore carne sul mercato; ma alla fine sono sempre tornato a Fiabilandia. La pura verità è che qui gli animali sono più saporiti”…
Così esordisce, l’otto marzo di un anno imprecisato (forse perché a Fiabilandia non c’è tempo misurabile, né tempo psicologico, ma solo fiabesca eternità) il diario del giovane lupo Ezechiele, nome disneyano quant’altri mai.  Il diario, come avviene nella migliore tradizione romanzesca post freudiana, è stato chiesto ad Ezechiele da Paul, il suo psicanalista, e dovrebbe essere lo strumento della “guarigione” del lupo: da cattivo a meno cattivo, a quasi buono e, infine, a molto buono. Si parte dalla constatazione del fatto che Ezechiele ha un debole per la carne: che sia carne di porcellino o di bambina (Cappuccetto Rosso) o di vecchietta (la nonna) per lui poco importa, basta che sazi la fame del suo corpo e della sua anima. I ricordi d’infanzia del lupo cattivo sono tutti affollati di cotolette, hamburger, grigliate sulla spiaggia, profumi di arrosto. E’ difficile scovare nella sua testa un ricordo non legato al cibo. Per questo Ezechiele deve partecipare ad un programma di rieducazione, altrimenti gli abitanti di Fiabilandia lo guarderanno sempre con timore e sospetto, chiedendo per lui carcere duro. La collaborazione con Sansone, uno dei tre porcellini, costituisce il primo passo di un percorso lungo e difficile, che si concluderà felicemente con un’azione straordinaria di forza e di coraggio, grazie alla quale Ezechiele verrà non solo riabilitato, ma  addirittura acclamato come eroe. L’autrice del libro, Claire Pyatt, vive in Kent con un marito, due figli e tre cani. La lettura di fiabe ai suoi bambini le ha ispirato le storie fantastiche che scrive e pubblica, e nelle quali il finale non è quello che i più immaginerebbero (perché, dopo un lieto fine, è possibile chiedersi ed immaginare anche che cosa accadrà dopo quel  lieto fine e dopo ancora ...). L’illustratrice Bee Willey lavora per case editrici di diversi Paesi ed utilizza tecniche miste, anche rielaborando le immagini al computer. Le “figure” di questo libro, invece, sono tutte in bianco e nero, e si caratterizzano per il tratto semplice e deciso, per l’espressione non priva di umorismo. Un handicap del romanzo - diario è il riferimento ad una favolistica sì universalmente nota, ma con la preponderanza di situazioni e di particolari sviluppati soprattutto nella tradizione anglosassone; alcuni riferimenti presenti nella storia potrebbero non essere noti, e quindi chiari, ai piccoli lettori italiani. 

 

 

 

 
 
 
 
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