Fragile

Fragile
Rapina a mano armata. Obbligatorio essere cauti: tra i rapinatori pare esserci un minorenne. Il sovrintendente Mitraglia e il commissario Popolizio interrogano Andrzej Corso, un quindicenne di periferia, abituato a cavarsela, apparentemente privo di emozioni, “impunito ed arrogante” ad inappellabile giudizio di Popolizio. Andrzej, F.D.P. (figlio di puttana, come si definisce lui stesso, tanto da tatuarselo sull'avambraccio). Andrzej, “un vaso di cristallo in un ferramenta”: fragile, delicato ma anche prezioso, debole ma anche raffinato. Andrzej che ama il rugby. Genitori separati, messa la domenica, discreto profitto scolastico. La famiglia Corso è una famiglia normale agli “Alveari”, quartiere popolare di periferia. Niente affatto disperata né disagiata. Allora cosa ha spinto Andrzej a commettere dei crimini? Tutto è contro di lui: i soldi trovati nella sua camera, insieme alle pistole giocattolo, la targa dell'auto della madre... Andrzej porta solo scarpe Adidas. Sarebbe bastato questo elemento a scagionarlo? E poi il rugby, la sua passione e quella di suo fratello giocatore in Polonia. Lo sport l'avrebbe salvato togliendolo alla strada? Salvatore Mitraglia, sovrintendente di giorno ed istruttore di rugby di sera, decide di approfondire le indagini e di partire da qui: il suo istinto serendipico gli suggerisce che il rugby è l'elemento chiave. Avrà ragione? Sarà decisivo per le indagini? Per la vita di Andrzej? Don Monda sembra avere qualche risposta...
Il luogo: Ponte Rubro, Rubronx, come chiamavano il commissariato agli “Alveari”. I poliziotti: Mitraglia, Guerra, Battaglia, Galeotti, Cella. “Di tutti Mitraglia era il fiore all'occhiello, perché alla peculiarità del cognome aggiungeva quella del nome: Mitraglia Salvatore o Tore, in una parola Mitragliatore”. I personaggi: il bullo, il ragazzino sveglio, la parrucchiera che parla un divertentissimo slang. Protagonista su tutto e su tutti, la strada, la periferia. E il campo da rugby: lo sport come soluzione educativa. Il racconto si snoda tra i misteri della storia di Vera Pienkowska, la madre polacca di Andrzej, la Polonia degli anni di Solidarność, delle rivolte, degli internamenti e dell'esodo dall'Est che fanno da sfondo alla trama, i valori del rugby e quelli proposti da un prete di strada. Fabrizio Casa, dopo Pioggia sporca, torna a proporre lo sport come via preferenziale per la costruzione di relazioni vere ed importanti, per la conoscenza di sé e la voglia di riscatto. Colpisce la speranza che fa da collante alla narrazione, lo stile educativo che non giudica ma accoglie, la voglia di affrancarsi dalle misere vite dei personaggi. Ma non è sufficiente a rendere fluido ed accattivante il racconto, che si sfalda tra lunghi incisi, descrizioni e luoghi comuni sulla gioventù di oggi, annoiata e bullesca. Il racconto non aggiunge molto al tema già abbondantemente trattato da più punti di vista, lo stile asciutto e secco a volte scivola su “trovate” ordinarie (i nomi degli agenti di polizia, gli strafalcioni della parrucchiera...). Ma le scelte stilistiche lo avvicinano e lo rendono adatto ad un pubblico giovanile che può ritrovarsi e riconoscersi. Senza la pretesa di cambiare il mondo.

 

 

 

 
 
 
 
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