Fumo

Fumo

Una famiglia costretta a salire su un lungo treno, insieme a tanta altra gente; padre, madre e figlio partono per un viaggio misterioso sotto l’occhio vigile dei soldati. All’arrivo nel campo di concentramento vengono presto divisi: uomini da una parte, madri e figli dall’altra, costretti a dormire in vecchi letti a castello insieme a persone sconosciute, a patire il freddo e la fame. La madre, preoccupata per il figlio, controlla che mangi abbastanza arrivando a privarsi del suo scarso cibo affinché lui possa sfamarsi, per evitare che possa ammalarsi e che glielo portino via come ha visto fare con altri bambini; quando arriva il dottore, cerca persino di nasconderlo perché sa che altrimenti non lo rivedrebbe mai più. I soldati sparano e picchiano, impiccano le persone, la violenza cieca e quotidiana causa incubi al bambino, che di fronte a tanto orrore può solamente chiudere gli occhi ed ascoltare la musica dell’orchestra che suona mentre la violenza si compie nel lager…

Non ci saranno mai libri a sufficienza per provare a spiegare ad un bambino cosa è stato l’olocausto e, soprattutto, perché è successo. La storia viene raccontata da un bambino che non è più tornato a casa, dunque rappresenta un punto di vista impossibile ed irreale; ma proprio questa prospettiva la copre di un’ulteriore atmosfera di malinconia e di tristezza, di angoscia quando le ultime parole non lasciano più speranza e ci fanno intuire tutto l’orrore della fine subìta da quel bambino. Eppure il libro contiene anche piccoli messaggi positivi, ad esempio quando il protagonista torna con la memoria alla sua casa e alla sua vita precedente, che era serena e felice, oppure quando riesce a trovare un amico all’interno del campo che gli consente di non rimanere chiuso ed isolato nel suo dolore. Le illustrazioni di Joanna Concejo completano con intensità le parole di Anton Fortes attraverso pochissimi tratti ad acquarello su fondi seppiati che richiamano alla memoria vecchie fotografie di persone che non ci sono più, come quelle presenti nei risguardi di copertina. I dettagli rafforzano l’orrore del campo di concentramento, il filo spinato, i numeri che identificavano i detenuti, il cibo, così come i disegni sullo sfondo, quasi fossero piccoli schizzi fatti su fogli. L’albo ha ricevuto una menzione al White Raven nel 2009.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER