Ho visto i lupi da vicino

Ho visto i lupi da vicino

Karl accetta tutto. Di essere chiamato zingaro, vagabondo, persino bugiardo, addirittura accattone. Ma non zingaro. Nella sua più profonda accezione etimologica, zigeuner, pericolosa e odiosa tanto quanto le SS. Invece è proprio così che lo chiama l’uomo con il camice bianco, che puzza di ospedale: è un SS e ha al guinzaglio un grosso pastore tedesco, grigio, con zanne bianche che spuntano tra le gengive rosse, con una testa che a Karl sembra gigantesca. Sarà che gli sembra di stare lì fermo in piedi da ore, sarà che non ce la fa più a stare dritto davanti all’uomo seduto ad un tavolino mentre compila schede fitte di nomi e timbri senza neanche alzare la testa, con quel cane così vicino da sentire il suo alito caldo che diventa una nuvoletta davanti a lui. L’SS che lo sta facendo aspettare è il medico del campo, del Lager. Il Lager di Auschwitz, dove da poco sono arrivati con il treno merci con i suoi vagoni di legno, facendoli scendere sulla banchina ferroviaria piena di urla e grida, guardie che sbraitano in mezzo a quel nulla fatto di neve ghiacciata a perdita d’occhio. Karl non ha paura delle fucilate, però. Non ha paura delle bombe che esplodono, sono rumori a cui è abituato. E stringe tra le braccia la custodia del suo violino, per scaldarsi un po’…

La narrativa per ragazzi, a differenza di quanto un lettore distratto possa pensare, è uno dei generi più difficili da trattare, terreno melmoso ed infido per ogni scrittore di rango. Un filone che ha trovato - nell’ultimo decennio e grazie soprattutto alla diffusione di film di genere - una nuova brillantezza nell’utilizzo dell’etichetta YA (Young Adults), tipologia narrativa nata negli anni ’20 che si riferisce ai cosiddetti “giovani adulti”, ragazzi indicativamente presi dalla fascia d’età socialmente considerata troppo matura per dedicarsi ai romanzi per bambini ma troppo acerba per potersi interessare ai romanzi per adulti. In questo modo, il target di riferimento si è allargato fino ad oltre quarant’anni: ed è proprio per questo che scrivere un libro come Ho visto i lupi da vicino è un triplo carpiato al buio. Basterebbe solo una tematica enorme e vertiginosa, onnivora e omnicomprensiva come l’Olocausto a dimostrare le vastità entro cui si muove il libro, e i conseguenti pericoli narrativi: ma come se non bastasse la Canova aggiunge l’amicizia virile, il razzismo, il rispetto per il diverso. Tutti temi forti, importanti, che proprio per la loro potenza e profondità sono stati eviscerati in lungo e in largo dall’arte tout court: con la conseguenza che è stato detto tutto e di tutto, declinato nelle forme più svariate, associato alle trame più diverse, coniugato agli sguardi più inediti. È sempre più difficile perciò parlarne senza risultare scontati, senza ricadere nel dejà vu o peggio nel cliché, specialmente se il pubblico di riferimento è quello dei ragazzi, al quale si deve il doppio del rispetto e dell’attenzione. Ho visto i lupi da vicino è un libro quantomeno onesto, che scorre velocemente ma che purtroppo è fin troppo semplice in alcuni passaggi logici, troppo scontato in alcune sequenze, troppo assertivo nella morale di fondo.



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