Il bambino con il pigiama a righe

Il bambino con il pigiama a righe
1943: la II Guerra Mondiale infuria. Bruno ha 9 anni, vive a Berlino in una enorme villa di lusso di un quartiere elegante e tranquillo con la sorella Gretel - una dodicenne viziata sempre di cattivo umore - la madre, il padre - un alto ufficiale perennemente in uniforme e impegnato in riunioni con gente importante - un maggiordomo, una domestica. Ma oggi Bruno tornando a casa da scuola ha avuto una brutta sorpresa: ha trovato la domestica Maria che svuotava gli armadi: si parte. Tutti. Si lascia quella casa così bella, il quartiere, la città, gli amici per recarsi in una località che il ragazzino non ha mai sentito nominare, qualcosa che suona come Auscit: il tutto perché il principale di papà, il Furio o come lo chiamano, gli ha dato un qualche incarico prestigioso da svolgere laggiù. Giunto nella sua nuova casa, Bruno trova ad attenderlo una realtà che non gli piace affatto: nessuno con cui giocare e una casa molto più piccola circondata dalla campagna, se non fosse per quello strano agglomerato di baracche popolato da strani personaggi col pigiama a righe circondato da reticolati e sorvegliato da soldati agli ordini di suo papà. Ma come tutti i bambini inizia ben presto ad adattarsi alla nuova situazione e a esplorare i dintorni: durante una delle sue passeggiate Bruno si imbatte in un bambino come lui, che però vive dall'altra parte del filo spinato. Chiacchierando con Shmuel (questo il suo nome) Bruno scopre che è nato il 15 aprile 1934 esattamente come lui, ma anche che le similitudini tra loro due si fermano qui. Ciononostante tra i due nasce una grande amicizia...
Il bambino con il pigiama a righe, bestseller amato e pluripremiato del giornalista irlandese John Boyne, è una favola ironica e drammatica al tempo stesso (si sorride spesso e il registro narrativo più usato è la satira: del mondo dei grandi con le sue regole incomprensibili, della politica, della vita militare, del razzismo - ma con un finale così è impossibile non piangere, siete avvertiti) che nonostante lo stile narrativo un po' sciatto e privo di sorprese si rivela uno strumento prezioso per comprendere una delle pagine più dolorose del '900, la Shoah. Non tanto per la plausibilità della storia - difficile credere che un bambino istruito di 9 anni nato e cresciuto ai tempi del III Reich in una famiglia tra le più in vista sia così ingenuo e fuori dal mondo da non sapere nemmeno chi è Hitler, come pure immaginare che la frequentazione tra Bruno e Shmuel possa andare avanti per mesi nell'indifferenza generale, per non parlare dell'inverosimile irruzione di Bruno nel lager nel drammatico finale - quanto per il suo carattere allegorico e simbolico. Lo sguardo 'bambino' privo di sovrastrutture e pregiudizi (nel senso etimologico del termine) dei due piccoli protagonisti non solo è l'antidoto all'orrore e alla follia dell'Olocausto, ma è a ben guardare l'unico modo sano di decodificare il mondo.

 

 

 
 
 
 
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