Il cannocchiale d'ambra

Il cannocchiale d'ambra
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In una valle ombreggiata e ricoperta di rododendri, dentro una grotta usata molti anni prima da un eremita, Lyra è tenuta prigioniera e addormentata dalla madre grazie ad una pozione che le somministra ogni giorno. Nessuno deve sapere dove è nascosta, ne vale della sua stessa vita perché il Magisterium la sta ancora cercando. Lì, al buio e aiutata da una bambina che la rifornisce di cibo e di acqua, la signora Coulter osserva Lyra profondamente addormentata e si accinge a lavarla e pettinarla sotto lo sguardo di disapprovazione del suo daimon, lo scimmiotto dorato che non la perde un attimo di vista. Non sa che mentre si agita nel sonno sudando copiosamente, Lyra sogna (o forse incontra?) un vecchio amico: “Roger...oh, Roger, dove sei? Che posto è mai questo? É il mondo della morte, Lyra...Non so cosa fare...Non so se sarò qui in eterno, e non so cosa posso aver fatto di male, dal momento che ho sempre cercato di essere buono, ma detesto tutto questo, ne sono spaventato...”.

Capitolo conclusivo della trilogia i cui volumi hanno avuto singolarmente il riconoscimento di diversi premi letterari fra i quali il premio Astrid Lindgren Memorial 2005, Il cannocchiale d’ambra si offre agli occhi del lettore come un’autentica rivelazione. Finalmente ci sembra di afferrare il senso di tutta la travagliata vicenda di Lyra e la narrazione – sempre fluida, avvincente e scorrevole - si arricchisce di personaggi nuovi come i “mufela”, un curioso popolo in grado di vedere la Polvere, o come i gallivespiani minuscoli essere umani che cavalcano libellule. Seguiamo con trepidazione le avventure di Lyra e Will, il loro straordinario viaggio nel mondo dei morti e apprendiamo commossi il loro destino. E al di là delle critiche mosse a Pullman – di chi ha letto nella trilogia solo ed esclusivamente un attacco alla religione e alla Chiesa – quello che più traspare da queste ultime quattrocento pagine della trilogia è il profondo amore per la vita (sotto qualsiasi forma essa si presenti), per la natura e per tutto ciò che ci circonda, che va preservato dall’incuria e dalla distruzione; ma anche il dolore, la pena e il rimpianto che sono comunque elementi che non possiamo cancellare dalla nostra vita, ma con i quali possiamo imparare a convivere. E cercare di essere “tutte quelle cose difficili: sereni, gentili, desiderosi di sapere, coraggiosi e pazienti...”. Perché “il Regno dei cieli è finito, finito per sempre. Non dovremmo vivere come se quello contasse più della vita in questo mondo, perché il luogo in cui siamo è sempre il più importante”.



 

 

 

 
 
 
 

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