Il drago dalle 7 teste

Il drago dalle 7 teste
Sette principesse bellissime, sette valorosi cavalieri, un re, un drago con sette teste. “Le mie 7 figlie hanno da maritarsi. Chi di voi dimostrerà il suo valore portandomi una testa del drago che vive sulla collina potrà scegliere quale delle mie 7 figlie sposare.” Partono i cavalieri, cadono le teste, vanno in sposa le principesse, finché l’ultimo pretendente si presenta al cospetto del drago…
Sette note musicali, sette meraviglie del mondo, sette chakra, sette peccati capitali, sette spose per sette fratelli… Il 7 non è un numero qualsiasi e Il drago dalle 7 teste non ha nulla a che spartire con il mitico musical degli anni Cinquanta, se non l’ossessione per il 7, appunto, e per le famiglie numerose. Il tema del libro invece deriva direttamente da una favola della tradizione popolare italiana (che compare anche nella storica antologia di Italo Calvino), ma è soltanto lo spunto di una storia che ci porta piuttosto nei risuonanti territori della letteratura di cappa e spada. Sette cavalieri, sette talenti (“Il primo sapeva usare la spada, il secondo sapeva vincere, il terzo sapeva fare a pugni, il quarto sapeva fare il furbo, il sesto sapeva fare la guerra, il settimo sapeva ricordare”) opposti alle sette teste del drago con rispettive doti. In un ritmico gioco combinatorio collidono le diverse capacità e soprattutto l’uso che i protagonisti (cavalieri e teste di drago) riescono a farne. Ed è la violenza (l’uso violento e meccanico della propria abilità), coniugata nei modi più fantasiosi e ironici, ad avere sistematicamente la meglio nelle singolar tenzoni, la violenza unita all’astuzia del cavaliere di volta in volta risultato vincitore. Soltanto l’ultimo eroe, che rappresenta il carisma più “trasversale” di tutti (la capacità di ricordare), opposto alla testa che sa ascoltare (anche in questo caso una dote non proprio specialistica) riesce nell’impresa di sovvertire lo schema dell’intera storia, risparmiando la vita del drago e ottenendo comunque in sposa una principessa (che sapeva sorridere). Illustrazioni evocative con una tavolozza di colori originale e raffinata, condite con una generosa dose di umorismo e movimentate da suggestivi cambi di prospettiva e di distanza del punto di vista. Testi in prosa che trascolorano spesso, anche per la spinta iterativa che viene dalla trama, in un tenue lirismo, con scelte stilistiche e in particolare lessicali di contenuta eleganza. Attraverso una fiaba sorprendentemente attuale che dimostra come per cambiare il mondo bisogna prima conoscerlo, i due giovani artisti siciliani tessono un memorabile elogio della saggezza, quella vera, quella dei sapienti (sette?).

 

 

 
 
 
 
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