Il grande cavallo blu

Il grande cavallo blu
Trieste è la città della bora, un vento che fa danni, che distrugge, che fa paura. Ma i passanti, quelli che malgrado tutto vorranno uscire, metteranno delle pietre in tasca e andranno avanti lo stesso, sfidando il vento che porta via e che, dicono, può rendere pazzi. Per loro, per i matti, malati che non sanno comportarsi come veri adulti, c'è l'ospedale San Giovanni. Sandro, che crede di essere di vetro e “si muove molto poco e molto adagio”; Alfredo, la trottola, che “crede che se smette di girare lui, anche la terra smetterà di girare”; l'uomo che crede di essere un albero; Francesco, che crede d'essere il santo d'Assisi... Matti che possono essere molto buffi, o anche bellissimi. Al San Giovanni, c'è un solo bambino davvero bambino: Paolo. A differenza di questi “giovani che sembrano vecchi e vecchi che sembrano bambini”, Paolo sa chi è: il figlio della lavandaia dell'ospedale e di un pescatore. Il suo migliore amico è Marco, il cavallo nero che traina il carretto della biancheria sporca. Ma le cose, nella vita, cambiano, perfino in questo ospedale che sembra una prigione. Un camioncino bianco comincia a fare il lavoro di Marco, e Paolo teme per il suo amico cavallo con una stella bianca in fronte. Davvero tutto può cambiare: c'è anche chi vorrebbe aprire i cancelli a questi matti, curarli con la libertà e le parole. E di ciò che era, che ne sarà?
Il grande cavallo blu è un albo di piccolo formato e pochissimi colori, quelli giusti per evocare una città di vento e di mare come Trieste: il bianco, il nero, il blu... Il segno corposo di Quarello si fa, in queste pagine, più astratto e simbolico del solito. Forse per contrappeso ad una scrittura, viceversa, capace di descrivere immagini molto concrete, come quella delle corde che si tendono sui muri “perché i passanti, piegati dal vento, vi si aggrappino. Si direbbe trattengano anche le case.” Non che le stesse illustrazioni non siano intensissime, come la camicia di forza che compare ripetutamente a seguire la trama della speranza di liberazione che la storia racconta, ma si tratta, appunto, di un'immagine simbolo, che punta ad evocare piuttosto che a descrivere. Il risultato è un'interessante integrazione tra testo e immagine. La precisione descrittiva si unisce ad una narrazione che riesce a farci entrare in confidenza con questi matti. Che possono essere molto spaventosi ma che, per prima cosa, sono solo pieni di “una sola idea. Unica. Immensa. Un'idea che invade tutto”: il chiodo fisso dei matti, certo, ma anche degli eroi, ed è come un eroe che viene descritto Paolo, nella sua paura di perdere Marco. È la poesia di ciascuno, matti inclusi e forse più degli altri, quella che trasmette questo testo. E, attraverso le immagini, universale ed innato, il bisogno di Libertà.

 

 

 

 
 
 
 
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