Il ladro di colori

Il ladro di colori
Provate a immaginare un giardino rigoglioso, pieno di fiori, alberi, erba, colori. In questo giardino non ci sono esseri umani ma soltanto animali. Poi arriva Pinin, un bambino curioso e camminatore, giunto lì chissà come. Accorre un puledrino e fa gli onori di casa al nuovo venuto ma, a un tratto, qualcosa cambia, “l'aria rabbrividisce, l'erba si piega, il puledro drizza le orecchie”, e appare uno strano omino “grigio come l'ombra della sera” che comincia a sfiorare tutto quello che gli capita a tiro con la sua spugna, e i colori, come per magia, finiscono nel sacco che porta con sé. Pavoni, pettirossi, laghi, salici, vulcani, nessuno viene risparmiato dall'implacabile ladro di colori. La scimmia sapiente rivela a Pinin che soltanto lui può sciogliere l'incantesimo, facendo qualcosa che gli altri abitanti del giardino non sanno fare. Dopo tante prove, finalmente (e casualmente) il nostro eroe scopre la sua inconfondibile prerogativa: soltanto lui sa ridere...
In genere, quando gli autori spiegano le proprie creazioni, mi viene un po' da storcere il naso. Non dubito naturalmente della loro onestà, ma credo che una volta teminati, un quadro, un libro, una canzone si distaccano da chi li ha creati, passano di mano. La fruizione da parte del pubblico a quel punto vale quanto, se non più della parola dell'autore. Nel caso del Ladro di colori però l'interpretazione autentica di Mafra Gagliardi (grande studiosa del rapporto tra educazione e teatro e in generale di cultura dell'infanzia) offre uno spunto che sarebbe un peccato lasciar perdere. L'autrice racconta che l'idea per la fiaba è venuta dalla domanda della figlia bambina “Quando sono triste tutte le cose perdono il loro colore, diventano grigie. Chi mi ruba i colori, mamma?”. A parte la bellezza dell'immagine (i bambini in questo ci sanno fare...),  in effetti nell'albo questo corrispettivo oggettivo degli stati d'animo dei più piccoli è immediato e naturale. La tristezza è un sentimento complesso, sfumato, e la metafora cromatica si presta perfettamente allo scopo. Eppure, ed è questa la forza del libro, il racconto non suggerisce mai schematicamente questa relazione: per il lettore bambino si parla di Pinin e del mondo fantastico in cui è finito, punto. Ma il mondo di cui parla la storia non sarebbe lo stesso senza i colori lussureggianti delle illustrazioni di Štěpán Zavřel (1932-1999) - un grande artista boemo che ha dato un decisivo impulso alla cultura dell'immagine per l'infanzia, anche nel nostro paese - che ricrea un paradiso terrestre da arabesco in cui  fa muovere il piccolo Pinin come su un fondale teatrale. Un bel recupero da parte di bohem di un libro che fino ad ora aveva avuto soltanto un edizione giapponese nel lontano 1972.

 

 

 
 
 
 
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