Il Mangianomi

Il Mangianomi
Nel Ducato di Acquaviva s'insidia un'ombra: basta sfiorarla con lo sguardo per non essere più gli stessi e per non saper più riconoscere la realtà. Gli abitanti sono terrorizzati. Si dice che al Barone Turciuto di Spargifiume sia bastato un colpo di pistola per ammazzare una creatura che a lui appariva pallida come i morti, dagli occhi bianchi come bolliti e dalle zampe enormi e che altro non era se non il suo adorato cavallo Urri. Si racconta che nemmeno la quercia del Ducato sembri più la stessa oramai, qualcuno al suo posto ci vede braccia amputate, orecchie mozzate e gambe gonfie di cancrena. È terribile. E che dire di quei due contadini, marito e moglie, che hanno ucciso tutto il loro bestiame, scambiandolo per orribili bambini deformi? Qualcuno ha ascoltato un bimbo che diceva di aver afferrato la mano di sua madre e di essersi ritrovato invece mano nella mano con una perfetta estranea, mai vista prima. Nessuno si addentra più nelle selve che circondano il Ducato, troppi eventi sinistri le hanno infestate, come quel giorno in cui i cani hanno azzannato in branco i loro padroni e i rami degli alberi sembravano cadaveri intrecciati. Nemmeno per la Duchessina Asprimia c'è più pace, lei che era così capace nell'arte della falconeria e del sarcasmo prima e così vacua e priva di una minima personalità ora. C'è chi nel campanile della Città dei Nomi ci vede un grosso fungo nero, chi un volto gigantesco senza occhi, chi la cosa più terribile che si possa immaginare. Basta incrociare lo sguardo con quello del Mangianomi per non essere mai più gli stessi e perdere la propria identità. Come si potrà risolvere una tale tragedia? Il Duca e il Balisto, antico titolo che designa il sindaco della Città dei Nomi, decidono di chiamare Magubalik, leggendario cacciatore dagli occhi di lupo di cui tutti conoscono le gesta, che accetta la sfida, ma a patto di trovare tre compagni di viaggio. Uba, una lupa che sa combattere meglio di qualunque altra, Maag, un alano veloce come un fulmine che si lasci cavalcare e Lik un segugio dall'udito straordinario. Uba, Maag, Lik o, se preferite, Maag, Uba, Lik...
Giovanni De Feo, sceneggiatore e scrittore, ne Il Mangianomi unisce l'immaginazione alla geografia reale e sceglie di inserire la sua Città dei Nomi nel contesto veritiero e tutto italiano del Regno di Napoli. Parrucche, marsine e archibugi di un certo vivere tra Seicento e Settecento e la descrizione della città rimandano al Calvino de Le città invisibili e del Barone Cosimo Piovasco di Rondò, indimenticabile protagonista de Il Barone rampante. S'intravede anche l'influenza di Michael Ende con La storia infinita, specie per quel che riguarda la perdita della capacità di raccontare storie degli abitanti del Ducato o il processo di lenta formazione che accompagnerà Magubalik per tutta la vicenda. De Feo, pur con influenze di tal peso, sa creare un romanzo fiabesco che sorprende e convince. Sorprende perché le situazioni create non risultano mai banali e la scrittura risulta fluida e sempre curata e convince perché a lettura ultimata non pensiamo più ai modelli, ma soltanto a questo personaggio originale di cui nel frattempo ci siamo appassionati: Magubalik. Salani propone Il Mangianomi nella sua forma completa, che comprende sia il volume dal titolo omonimo, già apparso per E/O nel 2002, che quello dal titolo Il Contaombre, insieme a costituire un unicum che completa e arricchisce la vicenda. Un romanzo tutto da divorare.

Leggi l'intervista a Giovanni De Feo

 
 

 

 

 
 
 
 
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