Il mio inverno a Zerolandia

Il mio inverno a Zerolandia
La vita di Alessandra non differisce in nulla da quella di qualsiasi altra adolescente medio borghese. Vive in una bella casa con terrazzo e giardino, va a scuola in scooter, parla di ragazzi e vestiti con le sue migliori amiche, aspetta con ansia la festa annuale al Mouse per sfoggiare tacchi e minigonna, trangugiare litri di musica e alcool sperando di riportarsi a casa un appuntamento col bello del liceo. Fin qui tutto regolare. Il flusso rassicurante della quotidianità si incrina però quando alla madre di Alessandra viene diagnosticato un tumore incurabile. L’atmosfera si incupisce e veniamo trasportati, insieme a lei, alla nonna e alle poche persone care di famiglia, nell’insondabile terreno dell’attesa, che per quanto amara e logorante possa diventare, è pur sempre l’ultimo baluardo prima del peggio, prima della fine. Quando le ultime difese della madre cedono, spalancando le porte a una morte silenziosa e composta, Alessandra capisce di essere improvvisamente sola, qualcosa di profondo, abissale è irrimediabilmente cambiato e lei non potrà più essere la stessa anzi, non vuole più esserlo, non avrebbe senso fingere che il tempo, lenta e invisibile medicina, possa aggiustare le cose, riportare il sereno là dove ora c’è solo un grande spaventoso vuoto. Torna a scuola, ma invece di sedersi accanto a Sonia, sua solita compagna di banco, tira dritto fino in fondo alla classe e sotto gli occhi sbigottiti dei suoi amici, si siede vicino a Gabriele Righi, soprannominato Zero. È a questo punto che inizia l’incursione a Zerolandia, terra straniera, ostinata, a volte impervia, ma l’unica in grado di restituire ad Alessandra la voglia di continuare a lottare per essere felice, anche così, senza una mamma, senza i suoi vecchi amici, senza la più piccola rassicurante certezza. Alessandra accanto a Zero si trasforma in Zeta, un alter ego più forte e deciso, capace di lasciarsi andare e contemporaneamente di scavare una piccola crepa nell’inespugnabile corazza di Gabriele, chiuso nel silenzio e nelle difficoltà di una vita dura e di una famiglia assente. Zero e Zeta poco alla volta, consciamente o meno, decidono di prendersi per mano e di darsi, a vicenda, un’altra possibilità…
Per arrivare alla fine dell’ esordio narrativo di Paola Predicatori senza restare troppo delusi, bisogna partire dal chiaro presupposto che si tratta di un romanzo per adolescenti. Inutile sottolineare che “per” non equivale a “sugli” adolescenti. Solo così infatti si riesce a perdonare all’autrice, che per vari altri aspetti dimostra una capacità di analisi e di osservazione apprezzabili, l’uso di una quantità seccante di luoghi comuni e dettagli superficiali che finiscono per ridurre i suoi personaggi a banali macchiette, assottigliando ognuno di essi fino ad un unico riconoscibile e invariato carattere. Alessandra sembra essere l’unico personaggio tridimensionale in un teatrino di sagome di cartone. Questo sicuramente un peccato, vista la scelta di un tema interessante e di delicata trattazione come quello che l’autrice sceglie e per gran parte del libro riesce a sostenere. È inoltre difficile stabilire, soprattutto in alcuni passi, se il linguaggio è volutamente molto semplice o semplicemente molto povero e questo, sommato all’uso ripetuto di parole dal campo semantico poco affascinante come Facebook, Messenger (o anche Paolo Fox), all’utilizzo di espressioni forzatamente adolescenziali come “da paura”, e alla presenza di capitoli più o meno superflui ai fini della comprensione, abbassano di molto il livello di godibilità del testo. Se l’autrice fosse  un’adolescente (questione che il lettore è indubbiamente spinto a porsi) tutti questi aspetti avrebbero avuto un peso totalmente diverso, ma visto che così non è mi chiedo se un eccessivo sforzo di immedesimazione abbia infine nuociuto invece che giovato. D’altro canto bisogna riconoscere che per essere un libro d’esordio ha alcuni punti a suo favore, primo fra tutti il coraggio dimostrato dall’autrice di calarsi in un ruolo per niente scontato e di sapersi muovere, salvo le incertezze  di cui sopra, con passo deciso e insieme garbato.

 

 

 

 
 
 
 
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