Il Signor G.

Il Signor G.
Una manciata di casette perse in un deserto arido e silenzioso. Il Signor G. è nato e cresciuto qui. Sempre cortese, sempre a modo, a parte il completo rosso un po' vistoso, si direbbe uno del posto, uguale a tanti altri. Finché un bel giorno comincia a comportarsi in modo strano, si allontana dal paese e torna con un'idea balzana per la testa: è convinto che piantare il bulbo di un fiore porterà la musica nel silenzio assordante del paese. Questo proposito non fa che confermare i sospetti di tutti che il Signor G. abbia perso il senno, ma lui va avanti con convinzione e…
El Señor G. - scritto e illustrato del pluripremiato Gustavo Roldán, argentino con base a Barcellona - può avere all’inizio un effetto un po’ spiazzante sul pubblico italiano per gli (involontari?) riferimenti intertestuali che contiene. Tanto per cominciare, la vaga somiglianza del protagonista con il Signor Rossi, mitico personaggio uscito dalla matita di Bruno Bozzetto, simbolo dell'italiano medio anni Sessanta alle prese con i cambiamenti della società di allora. Anche lui bassino, vestito di rosso, dotato di capello e di un naso importante. E poi c’è il Signor G., alter ego teatrale del grande Giorgio Gaber e protagonista di tanti spettacoli del suo teatro-canzone. Un volta verificato che le analogie sono superficiali, il libro di Roldán si rivela per quello che è, un libro illustrato di grande forza poetica, tutta giocata sul contrasto tra il grado zero geografico ed emozionale del paese immerso nella sua desolante aridità - che coinvolge anche gli abitanti - e l’energia visionaria del Signor G., capace di elaborare un progetto di rinascita e di portarlo a termine senza esitare. Nella trama non si fatica a rintracciare qualche assonanza tematica e “spirituale” con Il giardino sottoterra, bellissimo albo di Jo Seonkyeong, vincitore del premio Andersen un paio di anni fa, ma l’essenza del Signor G. è altrove. Nelle eleganti illustrazioni di Roldán, in quel suo modo di giocare alle rime con i colori, nel modulo dell’arabesco che si ritrova ad ogni svolta e trionfa nella spettacolare tavola sinestetica del Concerto per mille uccelli e un fiore, in mezzo la deserto (in cui il canto melodioso di una miriade di pennuti si fonde con le esplosioni floreali della pianta). Nel deserto italiano di questi tempi, Roldán suggerisce ai piccoli lettori, con parole e immagini, che coltivare la Bellezza è un atto di impegno civile, in sé rivoluzionario.

 

 

 

 
 
 
 
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