Il ventre della Cosa

Il ventre della Cosa
I ventisei bambini in crociera a bordo della Manilla cominciano ad annoiarsi. A bordo non succede nulla e il mare aperto non promette sorprese. Niente delfini, niente tempeste, niente di niente… A un tratto lo scenario cambia bruscamente; dall’acqua emerge un mostro gigantesco, una balena senza sguardo, che spalanca la sua enorme bocca e inghiotte in un colpo solo la nave e i suoi passeggeri. Soltanto i bambini sopravvivono al disastro ma sono intrappolati per sempre nella pancia della Cosa. Dopo lo sconcerto iniziale, il gruppo comincia a esplorare il nuovo habitat, a conoscerlo e a plasmarlo per le sue necessità. Passano i giorni, forse i mesi, o addirittura gli anni, e i bambini inghiottiti dalla Cosa si ritrovano grandi. Hanno dato vita a un mondo nuovo che a ritmi accelerati è progredito fino al punto di ricreare in tutto e per tutto la società che avevano forzosamente abbandonato (i mercati, le città, le fabbriche, le strade, i mezzi di trasporto, l’organizzazione del tempo, tutto rinasce nel ventre della Cosa come in un esperimento di laboratorio fuori misura). Un giorno, tanto tempo dopo, un grande battello colmo di bambini lascia il molo per una gita scolastica; l’oceano è calmo e i bambini a bordo cominciano ad annoiarsi, “quando all’improvviso, uscita da chissà dove, affiora…”.
Vincitore (con pieno merito) del premio Andersen 2009, Il ventre della Cosa è un libro che ne contiene molti altri. Per cominciare, la storia conduce, al limite della citazione, nei territori di Giona nel ventre della Balena, di Pinocchio e del Signore delle Mosche, per nominare quelli che vengono subito alla mente, da epoche diverse e per motivi diversi. C’è poi il tema del racconto che contiene se stesso (all’infinito) ­– come accade in certe favole della tradizione popolare ­– che ha come corrispettivo pittorico l’idea del “quadro nel quadro” (Magritte, Escher, la copertina di Ummagumma dei Pink Floyd, ma quella era una foto…). Infine, il testo si legge come un apologo filosofico sul ciclo della vita, in cui gli adulti devono cedere il posto ai bambini, lasciarli andare da soli verso il “mare aperto”, liberi di costruire il proprio futuro anche attraverso la sofferenza. Le matite di Stéphane Girel, nei toni tenui del verde e del rosso, hanno grandi doti di suggestione, soprattutto nel caso dei paesaggi, dei “colpi d’occhio” esaltati dal formato maxi dell’albo. Dal canto suo, Huber Ben Kemoun sceglie un registro elegante e ricercato per i testi che, per una volta, ci fa suggerire un’età di lettura perché l’apparenza inganna: dai sei anni in su. Per chiudere, una menzione speciale per la Kite, piccola casa editrice veneta che pensa e realizza “in grande”.

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