Io sono il cielo che nevica azzurro

Io sono il cielo che nevica azzurro
“Ma-ri-aaaaa-giu-sep-piiiì-naaaaaaa”…apposta le aveva dato un nome doppio, lungo come un guinzaglio, perché così, urlato dalla terrazza con voce acuta, la potesse raggiungere ovunque fosse. Voleva dire: “se corri subito a casa te la caverai solo con una ramanzina e una sculacciata; magari anche no, se fai alla svelta”. D’altronde le cose erano chiare: le bambine brave non escono: a casa, vicino al focolare. Ma le bambine e basta possono sempre scappare. Qualche sculacciata era il prezzo della libertà, il segno che la mamma disapprovava, ma non proibiva. E nascere in paesino delle valli bergamasche, nel ’51, senza più la guerra (che a nominarla fa ancora paura) e senza ancora la televisione, voleva dire avere tempo: per curare i pulcini, raccogliere i panni, asciugare le posate, sbucciare i fagioli, ma anche per scappare in piazza a fare giochi da maschio o a vedere l’arrivo delle mucche per la transumanza estiva, per provare ad ammaestrare le galline, per dare vita a personaggi, storie e avventure con le striature delle mattonelle di graniglia del bagno o dei marmi della Chiesa, la domenica. Domenica, festa comandata: il vestito buono, uno per l’estate uno per l’inverno, vestito scomodo per giocarci, e guai a sporcarlo o rovinarlo. Domenica, la Messa Granda: “Alzati! quando volevi stare seduta, Siediti! quando avevi voglia di metterti bella diritta, Rispondi! quando non avevi niente da dire, Taci, in Chiesa si tace! quando avevi urgenza di parlare”. Vietato che ti scappasse la pipì, vietato rispondere ai maschi che ti tiravano le trecce.
È un racconto preziosissimo quello di Giusi Quarenghi, affermata autrice di letteratura per ragazzi, già Premio Andersen nel 2006 come miglior scrittrice. È un preziosissimo racconto per ragazzi dai dodici in su, in su fino a coloro che ritroveranno divertiti, e forse un po’ nostalgici, un affresco delizioso della propria stessa infanzia. Un raccontare autobiografico, dove le logiche di una bambina vivace si scontrano spesso con l’educazione severa della madre e di tutta una comunità: “un sistema educativo permanente decentrato e coerentissimo”, lo definisce la Quarenghi, basato sui “principi inossidabili del ben allevare: quel che è nel piatto si finisce, si dice che sei stanca solo quando hai finito di fare quello che devi, quando non sai che strada prendere vai per quella meno facile …”. Non importa all’autrice giudicare quel sistema educativo, importa davvero solo raccontare, raccontare il desiderio di avere un po’ di affetto e tenerezza dalla madre, l’amore per la sua valle ma soprattutto il desiderio di libertà. Guadagnata a costo di sgridate, sculacciate e castighi, che non facevano altro che renderla ancor più desiderata. È questo l’acquisizione più grande dell’infanzia narrata dalla Quarenghi, la conquista graduale della libertà e del suo valore (esemplare l’episodio che dà titolo al libro), la fiducia nelle parole (“ho imparato da mia madre credo, ad aver fiducia nelle parole, a cercarle, nella convinzione che quelle giuste ci sono, a scegliere quali dire e quali tacere”), la fiducia nel tempo (“il tempo grondava dalle cose, riempiva i cassetti, pendeva dai fili del bucato, teneva insieme i mattoni delle case…Niente lo interrompeva, mai che inciampasse, non aveva altro da fare che esserci e c’era, c’era sempre. È da allora che mi fido del tempo, per via di com’era allora.”). Una nota di merito per Topipittori, che con la collana “Gi anni in tasca”, in cui ottimi narratori raccontano la propria infanzia e adolescenza, si è aggiudicata il premio Andersen 2010 come miglior collana di narrativa.

 

 

 
 
 
 
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