L’inizio

L’inizio
Una città bombardata, deserta, assenza di ogni forma di vita, uno scenario dal sapore postatomico. Una giovane madre si aggira in solitudine con i suoi due bambini, una macchina è tutto ciò che le resta. Il giovane padre compare appena dopo, un essere in più a scaldare e proteggere una famiglia in giornate che sembrano srotolarsi lente. Niente nomi, tutto è azzerato, impersonale, universale. Ogni cosa è perduta rispetto al passato, ci si muove soltanto fra resti di vita personale e macerie di una comunità disgregata, come riassume emblematicamente l’immagine della biblioteca vuota e devastata. Un po’ alla volta si materializzano tuttavia nuove presenze umane, bambini, anziani; iniziano i giochi, i contatti, le risate, si comincia a esplorare un territorio emotivo inatteso, sconosciuto e al tempo familiare. Timidamente, accesa dai sorrisi, una normalità nuova inizia a premere e dare vita e rinascita anche nello strazio. 
Una vena malinconica pervade tutto il libro, libro atipico narrato da Paula Carballeira e pubblicato dall’editrice spagnola Kalandraka. Il disegno di Sonja Danowski, con i suoi tratti al tempo iperrealisti e quasi spirituali, ne dipinge un’ambientazione che sembra sospesa, atemporale, quasi a voler trasmettere che oltre al resto la guerra porta via con sé tutti i riferimenti consueti e familiari per ciascuno di noi. Anche la colorazione quasi monocroma e spenta delle tavole ci comunica questa sensazione di realtà stravolta, di assenza di vita. L’atmosfera è quasi onirica. La guerra strappa via la normalità, crea una frattura tra un prima, tra ciò che era e poteva divenire, e ciò che non sarà più. La perdita di tutto ciò che compone la vita di un essere umano può però facilitare un ribaltamento prospettico sulla realtà: nulla è più come appare e anche la perdita può rivelarsi ricchezza. Non possedere più nulla consente, per esempio, di poter muoversi e viaggiare in libertà assoluta, avere freddo porta ad avvicinarsi e dormire accostati l’un l’altro, non avere vestiti permette stare sdraiati al sole fino a che gli abiti lavati non siano asciutti. Ciò che sembra scontato non è detto che lo sia per sempre. E per questa ragione bisognerebbe forse ridefinire i valori, capire il senso di tutto, ridare voce a ciò che si è rispetto a ciò che si possiede. La guerra infatti non arriva a portare via quello che di più importante è racchiuso dentro ciascuno di noi. Un sorriso inizia prima o poi a sbocciare come un fiore anche nella desolazione. Prima solitario poi via via contagioso fra i bambini, perché è da lì che sempre si riparte, un nuovo inizio. La vita supera e travolge tutto, una rinascita ci può essere sempre e dovunque. Forse basta un sorriso.

 

 

 
 
 
 
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