La chitarra di Django

La chitarra di Django
Parigi, fine anni Venti. Quando arriva il buio, la città si trasforma, si accende. I caffè, i night club e le strade cominciano a popolarsi di “pittori stravaganti, borseggiatori squattrinati, musicisti indemoniati, diavoli rossi affaticati”. Tra loro una stella risplende più di tutte, un musicista gitano chiamato Django Reinhardt che col suo banjo non ha rivali. Una sera però all'astro nascente della scena musicale parigina il destino riserva un brutto scherzo: il suo carro va a fuoco, lui viene salvato in extremis dalle fiamme ma ha metà del corpo ustionato. Riesce a scongiurare l'amputazione del braccio e della gamnba ma la mano destra resta con un paio di dita inutlizzabili: la sua carriera sembra finita lì... Eppure non finisce lì, quel destino non ha fatto i conti con l'ostinazione di Django. Mentre è in convalescenza in ospedale gli regalano una chitarra, più leggera del sua banjo, e lui si sottopone a interminabili sessioni di pratica per riuscire a suonarla nonostante l'handicap fisico, sviluppando alla fine una nuova, strabiliante tecnica strumentale. Manouche tornerà sulle scene più in forma che mai: la sua leggenda vive ancora...
Ambientato nella Parigi dei ruggenti anni Trenta, l'albo è un tributo a un musicista leggendario, un po' per la bravura (quasi soprannaturale), un po' per per le vicende biografiche che hanno colorato il personaggio pubblico fino a renderlo inconfondibile. Di Django si è scritto molto e parlato molto, anche al di fuori dell'ambiente jazzistico (Woody Allen ne ha fatto un ispirato ritratto nel suo Accordi e disaccordi), ma questa è la prima volta (almeno che io sappia) che i destinatari sono i bambini. In questo senso la scelta di far raccontare la storia proprio alla chitarra di Django è un espediente che alleggerisce un bel po' il testo dal peso cronachistico della biografia. La chitarra fa  in un certo senso le veci del punto di vista “bambino”, permettendo di sorvolare sugli aspetti meno interessanti della storia. Ma in un libro sulla forza della musica non poteva mancare almeno un cenno alla musicalità delle parole e così  Fabrizio Silei insinua un  ritmo “altro” nella sua scrittura ricorrendo a piccoli  intermezzi onomatopeici (segnalati con un font à la “ville lumiere”), molto efficaci soprattutto nella lettura ad alta voce. Forse, per trovare un difetto, c'è un tasso di lirismo che supera a volte la mia soglia (che è molto bassa a dire il vero), ma la “tonalità” un po' alta si  stempera nella bozzettistica bellezza delle illustrazioni che incorniciano la vicenda con un'eleganza e un nitore che non avrebbero stonato ai tempi del grande Django Reinhardt.

 

 

 

 
 
 
 
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