La città che sussurrò

La città che sussurrò

Danimarca. Anett è poco più che bambina in un momento storico difficile: la Seconda Guerra Mondiale. Scende in cantina, nonostante la paura del buio, per portare la colazione agli ebrei che la sua famiglia tiene nascosti in casa. Carl e sua madre non possono far altro che ringraziare per quella pagnotta e quell’uovo sodo. Ma soprattutto per la possibilità di sfuggire alla persecuzione nazista. Solo due notti. Un rischio enorme. Eppure la mamma di Anett è preoccupata di dare loro cibo sufficiente, nell’attesa di salpare per la Svezia dove potranno essere al sicuro. La partenza è prevista per la notte del terzo giorno. Anett corre dal fornaio che le suggerisce di fare attenzione con quel fagotto pieno di pane: i soldati nazisti sono esattamente sull’altro lato della strada. Tre colpi sulla porta e i nuovi amici di Anett sono avvisati: è necessario fare assoluto silenzio per evitare grane. I soldati vanno via ma i problemi sembrano non voler finire. Il cielo è nuvoloso e senza la luna è impossibile riuscire a trovare la strada per il porto. Il secondo giorno Anett torna in cantina ma questa volta, oltre al cibo, porta dei libri che risultano davvero graditi. È la volta, quindi, della biblioteca. La scena si ripete uguale al giorno prima: i soldati nazisti, tre colpi alla porta, cielo nuvoloso. Il terzo giorno, però, è Carl che fa un regalo ad Anett: un sasso a forma di cuore…

Tutto il paese concorre ad aiutare la famiglia ebrea: chi con il pane, chi con i libri, chi con le uova, chi con un sussurro. Già, perché è così che la famiglia ebrea riesce a raggiungere, al buio, la nave: la gente, sull’uscio di casa, sussurra la strada giusta. Il racconto, emozionante e coinvolgente come pochi, è tratto da una storia vera: circa 1700 ebrei fuggirono dal piccolo villaggio di Gilleleje in questo modo. Una commovente storia di solidarietà (la frase in codice è “Abbiamo nuovi amici”) e umanità, di coraggio e speranza. In un formato più grande dello standard, il tratto è essenziale ma capace di grande forza espressiva e i colori (prevalentemente grigio e verde) evocano le atmosfere della filmografia sull’Olocausto. Pochi dettagli per delineare con maestria luoghi e personaggi. La città che sussurrò, vincitore del Premio Andersen 2015, diventa uno strumento potente di conoscenza e di riflessione rispetto ad una (ancora oggi) dolorosa ferita inferta all’umanità e propone un’alternativa positiva, individuandola nello scegliere di non farsi complici, di rischiare per difendere la vita. Con gesti piccoli ma significativi. Un sussurro contro le armi, l’arguzia contro la forza, l’unione contro la persecuzione. A ricordarci che, nella lotta tra Davide e Golia, può ancora vincere il più piccolo.



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