La povera gente

La povera gente

Jeanne è la moglie di un pescatore. Ha tre bambini. Un giorno come tanti, suo marito esce in mare al mattino con le reti, ma quando verso sera scoppia la tempesta e poi si fa buio, Paul non è ancora tornato. Il buio della notte, la tempesta, il mare grosso, il fragore delle onde e il sibilo del vento tengono sveglia Jeanne e alimentano le sue paure. La famiglia vive solo di ciò che il marito pesca: cosa succederebbe ai bambini e a lei se, come tanti altri pescatori, lui non tornasse? È così che a Jeanne viene in mente la sua vicina, che si è ammalata dopo che il marito è scomparso in mare. Decide di andare a trovarla, sfidando quel vento che non le concede nemmeno la luce di una lanterna. Un cane la segue nella notte desolata. Quando Jeanne bussa alla porta della vicina, nessuno risponde. La vicina giace immobile. Vicino a lei, una bambina di tre anni e un bambino di cinque si tengono stretti. Jeanne non sta a pensarci su, non può certo abbandonarli là. Sfida ancora la tempesta, una volta con la bambina e una col bambino. Dà loro del latte, li mette al caldo, a letto. Ma come farà se Paul non dovesse tornare? E se Paul tornasse, cosa direbbe vedendo quegli orfani? A Jeanne non rimane che aspettare, invocando l’aiuto del cielo e continuando a sperare…

La povera gente è un racconto scritto da Lev Tolstoj per una raccolta realizzata nel 1907 con esplicito intento pedagogico, che viene riattualizzato, reso intenso e nuovamente autentico da questa pubblicazione originale di Orecchio Acerbo, nell’ambito del master Ars in fabula di Macerata. Chiara Ficarelli, al suo esordio in un’opera autonoma, sceglie uno stile che tende al realismo di quelle stesse austere foto di famiglia che vengono proposte all’apertura e alla chiusura del libro. Un’illustrazione che rievoca un gusto da “disegni di una volta” ma anche la grande storia dell’arte: di enorme potenza il ritratto della vicina, ormai morta, il cui braccio caduto dal letto – reminiscenza del Marat di Jacques-Louis David – si abbandona sotto un panneggio classicheggiante. Seppure ancora non del tutto esperta, Chiara Ficarelli è assai abile nel catturare le emozioni e le atmosfere del racconto. I toni cupi danno corpo a paure ancestrali, in una narrazione in cui domina l’incertezza ed è vivida e concreta la paura di morire o essere abbandonati alla malattia e alla fame. In tempi in cui sono tante e spesso radicali le disparità sociali, si tratta di una storia di grandissima attualità. La risposta alla crisi può arrivare non trascurando ma anzi esaltando la solidarietà e la capacità di portare assieme agli altri (o addirittura per gli altri) quel fardello di sventure che in fondo potrebbe toccare a chiunque.



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