La principessa che imparò a volare

La principessa che imparò a volare

Malgrado le avverse condizioni del tempo, la regina Alia, moglie del re Hussein di Giordania, decide di partire in elicottero per portare farmaci e provviste all’ospedale di Tafilah, gremito di rifugiati bisognosi di tutto. La piccola Haya, tre anni, si oppone in ogni modo, turbata da un triste presagio che risulterà fondato qualche ora più tardi, quando arriverà la tragica notizia del fulmine che ha abbattuto l’elicottero che trasportava sua madre. Per alcuni giorni, il palazzo reale sprofonda in un gorgo di stordimento, dolore e silenzio, fino a quando il re, con mossa risoluta, non accompagna Haya e il fratellino Ali ‒ governante e guardia del corpo naturalmente al seguito ‒ ad Al Hummar, alle Scuderie Reali, che vantano i cavalli più belli d’Arabia. Haya li conosce tutti, anche se la sua preferita è Amina. Prendersi cura di lei giorno dopo giorno e mese dopo mese ed affiancare Santi, il responsabile della scuderia, nelle varie mansioni, aiuta la principessina ad elaborare il lutto. Per Haya, tuttavia, i dispiaceri non sono finiti: Amina muore dando alla luce una puledrina. E con quella nuova vita inizia davvero la rinascita di Haya. Sarà infatti grazie a lei ‒ presto battezzata Bint Al Reeh (figlia del vento), ma chiamata abitualmente Bree ‒ che la principessa diventerà non solo un’abile domatrice, ma un talento dell’equitazione agonistica, a dispetto delle convenzioni di corte e dei numerosi tentativi di dissuasione messi in campo dall’arcigna governante Frances…

La principessa che imparò a volare è il primo libro tradotto in Italia di Stacy Gregg, scrittrice australiana, già autrice di una ventina di libri per bambini, molti dei quali ambientati nel mondo dell’equitazione. Dal suo amore per i cavalli, che l’accompagna sin dalla più tenera età, e dalla sua particolare capacità d’intessere trame partendo da storie vere è nata l’idea del libro, in cui la protagonista non è un personaggio di fantasia, ma è la vera Haya Bint Al Hussein: la principessa-cavallerizza che, a tredici anni, ha vinto la medaglia di bronzo nel salto ostacoli ai Giochi Equestri Panarabi del 1992 e che, all’oggi, è l’unica concorrente femminile ad aver mai avuto un riconoscimento negli sport equestri nel mondo arabo. Dalla bandella si apprende che l’autrice non si è limitata a documentarsi sulla vita della principessa e sulla sua dinastia. È andata ben oltre: è volata in Giordania, dove ha avuto la possibilità di intervistare lei, i suoi familiari ed amici, per realizzare un affresco quanto più possibile fedele alla realtà. La principessa che imparò a volare si propone alle giovani di 10-12 anni come una lettura delicata, ma non leziosa, ricca di momenti introspettivi, ma dal ritmo veloce. Quando iniziano a comparire divagazioni su finimenti, posture corrette, lunghezze di staffe e incombenze da maniscalco, si tende a temere il peggio. E invece no: la Stacy è stata tanto abile da raggiungere l’equilibrio perfetto tra pausa e azione, descrizione e intreccio.



 

 

 

 
 
 
 
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