La rotta dell'isola dimenticata

La rotta dell’isola dimenticata
Bel colpo per Cristoforo Colombo scoprire l’America. Gli ha fruttato gloria, tesori, onori. E “solo per avere fatto andare una barca nell’acqua”, si rode lo spocchioso Rupert Lilywhite che, detto fatto, decide di andare alla ricerca di nuovi continenti. Coi soldi di papà, benestante uomo d’affari convinto che suo figlio sia “la cosa migliore al mondo dopo la carne di maiale sotto sale”, Rupert fa costruire un lussuoso vascello per diventare un grande esploratore. Uno di quelli ricchi e famosi, per intenderci. Ironia della sorte, è proprio Colombo, arrivato in Inghilterra per reclutare uomini per il suo prossimo viaggio, a suggerirgli il nome adatto alla sua nave. È un nome che calza a pennello al neo-capitano: El Tonto Perdido, ovvero Il Tonto Perduto. Adesso a Rupert manca solo un equipaggio degno di lui. Questa è l’occasione d’oro che il giovane Eric Bailey aspettava da tempo. Suo padre era stato uno dei marinai di Bartolomeo Diaz, suo zio Walter è un esperto cartografo, e nelle sue vene di dodicenne il richiamo del mare scorre col vento in poppa. Con un’opera di persuasione non troppo difficile, date le limitate capacità intellettuali di Rupert, Eric riesce a farsi prendere a bordo come mappatore. Al momento dell’imbarco, però, lo aspetta una sorpresa: anche Walter è stato assoldato con lo stesso ruolo, e zio e nipote iniziano insieme il loro viaggio. Navigano per settimane, fino a che dalla coffa arriva il grido che tutti gli esploratori degli oceani sperano di sentire: teeerraaa! In effetti, si vede una sagoma lunga e sottile al di là della nebbia. Eric viene spedito in avanscoperta insieme a Walter per portare indietro un ricordino esotico, tipo noci di cocco. E così inizia la sua avventurosa ricognizione...
Rob Stevens, pilota d’aereo per una compagnia inglese che fra un volo e l’altro scrive libri nelle camere d’albergo, salpa sospinto da un frizzante humour very british. Poi, una volta al largo, cambia rotta per approdare in un territorio fantastico più convenzionale. Sull’isola dimenticata Eric incontra un sorprendente bestiario che ricorda i personaggi antropomorfi targati Pixar o Disney: Selvaggio, un soffice topo con delle enormi orecchie, Pigaso, grasso e ingordo maiale volante, Snodow, una specie di gigantesco orso armato di un’altrettanto gigantesca spada, Delfina la Delfirena, metà delfino e metà sirena, e Kramer, un coccodrillo a due teste. Parlano tutti la lingua umana e sono tutti sotto il tiro di esseri decisamente meno ameni: gli Avvoltopi, le Lumache d’Acqua Carnivore e, peggio del peggio, i Bisonorchi, che divorano fino all’osso le loro prede. Un tempo non era così. Le creature andavano d’amore e d’accordo e i feroci Bisonorchi brucavano l’erba. Merito della Ghianda d’Argento trovata dal principe Erebo, che aveva il potere di esaudire ogni desiderio, anche il più irrealizzabile, come quello della pace. Poi un avido predone si era fregato la Ghianda ed era scoppiato il caos. Da che Eden è Eden, i frutti portano iella quando vengono rubati. La mela ha già dimostrato di essere piuttosto pericolosa se la si stacca dall’albero senza permesso, ma anche la ghianda non scherza. Visto però che non siamo nel Paradiso perduto, i frutti proibiti si possono anche rimettere al loro posto e l’armonia smarrita non è impossibile da ristabilire. Cosa che Eric si impegna a fare, con generosità, coraggio e cuore sincero. La morale è tutta qui, rassicurante e positiva: un ragazzino coadiuvato da un’Armata Brancaleone, che parte per la più azzardata delle crociate e che dopo un equo numero di peripezie fa trionfare il bene. Del resto, da un romanzo young fantasy il minimo che possiamo aspettarci è che sia educativo. Se poi, come questo, è anche fresco, garbato e divertente, tanto meglio. Simpaticamente edificante.

 

 

 
 
 
 
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