Lionboy

Lionboy

Charlie Ashanti vive a Londra e possiede un dono davvero particolare: sa parlare ai gatti. Un giorno, tornando a casa, non trova più i suoi genitori e scopre una misteriosa lettera scritta dalla sua stessa mamma. Cosa sta succedendo? Chi ha rapito i suoi genitori? E perché il suo peggior nemico, Rafi Sadler, è lì proprio nella sua casa? Rafi non può essere considerato né adulto né ragazzo e non ha mai avuto molta simpatia per Charlie e i suoi amici pelosi: è stato più volte in visita a casa di Charlie, ogni volta con la stessa aria d’invidia, come se avesse voluto dar fuoco all’edificio e all’intera famiglia che la abitava. Per trovare la risposta alle sue domande e risolvere il mistero, Charlie si rivolge ai suoi amici gatti grazie ai quali riesce a rintracciare i familiari scomparsi. Poi viaggia  da Londra a Parigi, ritrovandosi, lungo la strada, a bordo della Circe, una nave meravigliosa che ospita un circo con tanto di giocolieri, acrobati, clown, trapezisti e animali. Qui farà amicizia con tutto il singolare equipaggio, diventerà Lionboy e, con l’aiuto dei leoni, proseguirà il suo viaggio...

Sorprendentemente originale nei personaggi, nella struttura e nella trama, il libro è ambientato in un futuro prossimo in cui gran parte del pianeta è governato da un impero minaccioso e segreto; eppure l’impressione è di vivere un’avventura di epoca vittoriana: la civiltà è a corto di petrolio, così per viaggiare si utilizzano i  metodi di trasporto più antiquati: una perfetta situazione steampunk, insomma. Immerso in questa atmosfera un po’ straniante, il lettore è ulteriormente stimolato dal fatto che ogni personaggio che il protagonista incontra nel corso del viaggio parla nella propria lingua madre (ovviamente non manca la traduzione nei casi di più difficile comprensione), e dalla possibilità di leggere direttamente i messaggi e le lettere che il ragazzino riceve senza che sia lo stesso Charlie a farci il sunto. Lionboy include anche sottili riferimenti alla contemporaneità, alla discriminazioni razziali, insomma c’è in filigrana il tema della critica sociale offerto però con i “modi giusti” al giovane lettore.  Scritto a quattro mani da una mamma e da sua figlia, il libro è infatti stilisticamente in perfetta sintonia col mondo dell’infanzia. Eppure, con la sua “gloriosa esuberanza” e la capacità di creare un clima d’attesa, riesce ad interessare anche un pubblico adulto. E la sensazione che ci sia ancora molto altro da raccontare è orribilmente confermata nella pagina finale, che annuncia laconicamente: “La fine… per ora”. È una buona notizia che Lionboy sia soltanto il primo volume di una trilogia, ma la frustrazione rimane.

 

 

 
 
 
 
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