Lo Hobbit o la riconquista del tesoro

Lo Hobbit o la riconquista del tesoro
Gli hobbit sono alti circa la metà degli umani, sono più minuti dei nani, sempre sbarbati, tendono a mettere su pancia, vestono con colori vivaci, non indossano calzature perché i loro piedi hanno piante dure come il cuoio che permettono loro di muoversi agevolmente e rapidamente, sparendo alla vista dei visitatori indesiderati. Hanno volti gioviali, amano ridere di gusto, fumare erba pipa e raccontare storie. Vivono pacificamente nella Contea, una delle regioni più remote e quiete della Terra di Mezzo. Una mattina soleggiata, l’hobbit Bilbo Baggins è sulla porta della sua dimora, a fumare erba pipa godendosi la tranquillità della sua colazione e della lunga e pacifica giornata che lo attende. La sua famiglia è una delle più importanti e benestanti di tutta la Contea, anche se Bilbo ha fama di essere un hobbit un po’ strano, quasi ci sia un lato nascosto del suo carattere che aspetta quieto di poter emergere non appena si presenti l’occasione giusta. Quel mattino il destino – o meglio lo stregone umano Gandalf il Grigio – bussa alla porta di Bilbo: lui non lo sa ancora, ma la sua vita non potrà più essere com’era. Gandalf propone a Bilbo di partire per una grandissima e memorabile avventura: recuperare un immenso tesoro custodito nelle profondità della Montagna Solitaria e sorvegliato dal tremendo drago Smaug. Assieme all’hobbit ci saranno il principe dei nani Thorin Scudodiquercia e dodici suoi parenti. Bilbo prova a resistere all’invito, ma qualcosa dentro di lui lo spinge a partecipare all’impresa…
Pubblicato per la prima volta nel 1937, Lo Hobbit o la riconquista del tesoro è l’esordio letterario di J.R.R. Tolkien: il successo fu immediato nonostante il periodo storico non fosse certo favorevole alla produzione editoriale (eravamo in piena fase prebellica). Alla prima edizione ne sono seguite altre tre (1951 – 1966 – 1977) nelle quali l’autore ebbe a revisionare alcuni nomi alla luce della sua corposa produzione successiva e del perfezionamento dei linguaggi da lui inventati. Con la pubblicazione nel 1955 del primo volume della trilogia de Il Signore degli anelli, questo acerbo prequel troverà una inattesa, enorme fortuna editoriale. Inizialmente pensata come una storia per ragazzi ispirata alle leggende di Beowulf e alle favole dei fratelli Grimm (solo per citare alcune delle fonti), Lo Hobbit o la riconquista del tesoro è una storia godibilissima che immerge il lettore nel mondo tolkieniano. Draghi, hobbit, nani ed elfi ci aprono le porte della magia e del sogno, il plot è densissimo e non vi sono debolezze e cedimenti nell’incedere della narrazione. Considerarlo un romanzo per ragazzi è quindi fatalmente riduttivo: è la porta d’ingresso alla Terra di Mezzo, al complesso e meraviglioso universo fantasy costruito da Tolkien, in cui tutti – almeno una volta nella vita – abbiamo sognato di recarci. C’è già Gran Burrone – l’Ultima Dimora, ultimo rifugio sicuro per i viaggiatori in cui sotto la protezione del mezzelfo Elrond vivono molti degli elfi più noti ed è possibile ricevere ospitalità prima di procedere verso terre inospitali – c’è già la terra di Mordor (sì, proprio quella "dove l'Ombra cupa scende") e molte delle leggende che saranno narrate (o soltanto accennate) nella Trilogia dell’Anello. Il romanzo è stato realmente rivoluzionario ed ha influenzato – soprattutto negli anni ’60/’70 – una fascia importante della cultura pop o underground: si pensi a Syd Barrett, compianto leader dei Pink Floyd, e al suo brano “The gnome” (Tolkien è stato fonte di ispirazione di alcuni testi e dell’immaginario di Barrett) oppure a “Misty Mountain Hop” dei Led Zeppelin. Un paio di psichedeleci motivi in più per i quali Lo Hobbit o la riconquista del tesoro è una lettura da non perdere, un viaggio a cui un lettore curioso non dovrebbe sottrarsi.

 

 

 
 
 
 
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