Mandela e Nelson

Mandela e Nelson
Mandela e Nelson sono due fratelli gemelli di Bagamoyo, in Sudafrica, innamorati del calcio ed elementi di spicco di una squadretta mista, piuttosto assortita e sgangherata. Nelson è il centravanti nonché capitano e la sua sorellina Mandela un coriaceo difensore che non disdegna di puntare agli stinchi degli avversari purché si fermino, non importa come ed in quali condizioni. Il resto della squadra - Hanan, Hanifa, Mirambo, Yakobo, Tutupa, Guido, Omari e Kassim - è un’accozzaglia di soggetti non meglio identificati che nel bel mezzo delle partite escono a fare pipì o a fare un tiro di sigaretta, oppure a mangiare una banana per ricaricarsi di potassio. Si salva Said, bomber puro ma incostante costretto a privarsi della scuola per lavorare scorticando pesci e mantenere la famiglia ed il padre ammalato. Gli allenamenti, a random, sono guidati da Nkwami Ngangasamala, insegnante di tamburo e mimo, nonché allenatore incostante e poco presente, sempre preso da altri impegni più incombenti. Proprio lui ai suoi ragazzi e a Nelson per primo fa piombare tra capo e collo una partita internazionale, addirittura con una squadra italiana, gettando tutti nel panico. Squadra più male in arnese non potrebbe trovarsi sulla faccia della terra: senza scarpe, senza divise; addirittura senza campo né palloni. Che in Italia si mangi pane e pallone, poi, è stranoto ed è quindi anche altrettanto implicito che il gruppetto, proveniente direttamente dalla provincia milanese, sarà fortissimo. Bisogna mettersi d’impegno, inventarsi qualcosa, tirare su una squadra decente e soprattutto un campo all’altezza. Come fare con soli due giorni a disposizione? Il tempo è poco ed anche le risorse. La fantasia dei bambini, però, non è esauribile e quando ci si mette d’impegno i risultati sono strabilianti. Il campo, di cui fino ad ora i nostri hanno ignorato dimensioni e struttura, è raffazzonato: le reti, grazie all’arguzia di Mandela e Hanifa, le ricavano riciclando nasse per la pesca; il perimetro, il cerchio di centrocampo e le aree sono delimitate con la sabbia, talmente bianca da sembrare calce, ma altrettanto volatile da vanificare ogni sforzo. Se poi si aggiunge che quella zona, esattamente dove si terrà la partita, è meta prediletta per una mandria di mucche il rischio di fare una figuraccia si moltiplica ed il timore non sarà assolutamente infondato. Intanto Nelson approfitta del grande campione e concittadino di Bagamoyo Hussein Sosovele che ha giocato nel Real Madrid (e ci ha fatto un sacco di soldi tanto da permettersi una villa hollywoodiana proprio in riva al mare), per farsi dare qualche dritta sul necessario per affrontare una partita “seria” e soprattutto qualche trucchetto per battere gli italiani. Invece di suggerimenti, però, il campione gli riversa addosso la triste realtà: una squadretta misera e scalza, senza disciplina né psicologia di gioco, condannata a perdere senza remissione di peccati. Quanto si sbaglia…
Come finisce la partita tra la squadretta brianzola forte e multietnica e quella scalcagnata e mista sudafricana è degno di ogni happy ending in cui gli sfigati si rivalgono sui fighetti che si rispetti. Un racconto che si contestualizza perfettamente in questo clima “mundial” di Sudafrica 2010; non per niente il titolo strizza l’occhio proprio alla kermesse calcistica in corso prendendo a prestito il nome di Madiba Mandela e affibbiandolo ai due gemellini. Un bagno di umiltà per questo sport milionario che si trasferisce con le sue scarpette cromate e sfavillanti in un piccolo villaggio africano a ridosso del mare per essere interpretato forse nella sua maniera più vera e sanguigna. Niente funambolismi da circense, ma soltanto gol a piedi scalzi e mucche impazzite a centrocampo. Ne esce fuori quel senso puro dell’amicizia che salta la staccionata dell’incomprensione linguistica lasciando spazio a quella solidarietà che porta chi ha tutto a condividere magliette, pantaloncini, scarpini e palloni con chi non ha nulla, neanche il campo su cui giocare.

 

 

 
 
 
 
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