Mi fai un po’ paura

Mi fai un po’ paura
C’è una ragazzina con lentiggini e capelli rossi sull’uscio della sua casa. No, non è quella che vive tutta sola a Villa VillaColle, senza aver paura di nulla - se mai vi fosse venuta in mente la Pippi di Astrid Lindgen - ma la protagonista dell’albo di Emily Jenkins, di cui non conosciamo il nome e che in realtà sembra essere agli antipodi della terribile Calzelunghe. C’è lei, e c’è il ragazzo con la cresta che tiene lo stereo a tutto volume mentre gira sullo skateboard, proprio sul suo marciapiede. Il padre della ragazzina, affacciandosi dalla finestra, lo caccia via come fa tutte le volte che lo vede. E anche lei ha un po’ paura del ragazzo con la cresta, ma poi (a differenza del padre) ci riflette su e pensa che di sicuro, quando lui si sveglia al mattino, per prima cosa cerca la sua gatta e l’abbraccia e l’accarezza finché non è soddisfatta. Poi è il turno dell’autista dell’autobus che la fa scendere perché non ha il biglietto e la lascia a piedi in una giornata di pioggia. Anche lei, con i suoi occhiacci, le fa un po’ paura. Ma poi la immagina nella sua casa in vestaglia e pantofole: “ogni mattina, scommetto che per prima cosa prepara ai suoi bambini squisite frittelle, dolci e panini”. E così la paura va di nuovo via. C’è anche la direttrice della scuola con le sue unghiacce lunghe e le mani grassocce che, incontrandola nel corridoio, le intima di andare in classe, ed ecco che il ritornello che accompagna quasi ogni pagina del libro puntualmente ricompare: “Mi fai un po’ paura”. E ancora una volta la ragazzina ricorre alla solita infallibile soluzione , e immagina la direttrice la sera con gli amici mentre danza e ride…
Sono un bel po’ le persone temute di questa storia: il maestro di canto che le dice che deve essere perfetta e che, con la sua bacchetta, la rimprovera quando sbaglia; la ragazza della mensa con i suoi guanti di gomma verdi; l’infermiere dell’ospedale; la compagna di banco che si mangia le matite, parla da sola, si risponde e gioca con la dinamite. Tutta questa gente si caratterizza per segni e atteggiamenti un po’ bruschi che sanciscono una diversità rispetto alla protagonista e al suo modo di fare. Lei, però, il trucco per gestire la sua paura l’ha trovato. Immagina, infatti, di intrufolarsi come un folletto nelle case di chi teme, di sbucare da armadi e cassettiere e osservarlo in silenzio nella sua intimità domestica o di partecipare attivamente alla sua vita: reggere lo spartito dell’infermiere mentre suona il pianoforte per i suoi bambini, o rannicchiarsi ai piedi della poltrona del maestro di musica. Questo meccanismo, anche se nei testi non è esplicito, si intuisce dalle deliziose illustrazioni della tedesca Alexandra Boiger (un passato alla Dreamworks), che riesce in modo molto efficace a dare colori e immagini ai pensieri della protagonista. Ma come mai la ragazzina è così sicura che ogni individuo possiede un lato più socievole? Lei ne è certa perché una volta ha conosciuto una ragazza un po’ maleducata che, per strada, prendeva a calci il bidone dei rifiuti, faceva un sacco di rumore e voleva la rivoluzione; e anche un vigile che soffiava nel fischietto a più non posso e urlava alla gente che passava con il rosso. E in quel caso non ha dovuto far ricorso della sua immaginazione: ne era proprio sicura perché con la ragazza un po’ maleducata ci gioca da sempre (è sua sorella), e al vigile un po’ burbero vuole molto bene perché è il suo papà. Il libro della newyorchese Emily Jenkins (all’attivo già un buon numero di titoli per bambini e ragazzi) si compone di testi brevi, semplici e diretti che lasciano parlare molto le eloquentissime illustrazioni, aiutando così anche il lettore più piccolo a comprendere subito (nonostante la sua complessità) il tema principale della storia, cioè quello dl pregiudizio. Forse, chiudendo il libro, i bambini potrebbero chiedersi cosa li spaventi degli altri: tatuaggi? Piercing? Un gesticolare un po’ nervoso? Chissà. L’importante comunque è che intuiscano che la paura non si può basare sull’osservazione di un singolo frammento della vita di una persona né su stereotipi di diversità (qualora ce ne fossero). Anche perché, come capisce alla fine la ragazzina dai capelli rossi, chi l’ha detto che non siamo invece noi a volte a fare un po’ paura agli altri?

 

 

 

 
 
 
 
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