Natomi

Natomi
Natomi è una bambina schiva e riflessiva, che non ama le feste né parlare con troppe persone ma preferisce coltivare poche amicizie e avere conversazioni a due o poco più: si veste sempre di nero, colore dei suoi capelli, anche se i suoi abiti sono spesso macchiati di marmellata ai frutti rossi, di cui va ghiotta. Una bambina stravagante ma normale insomma, almeno è ciò che lei crede di essere fin quando, dopo aver fatto conoscenza del cane Erol e averne disgraziatamente pestato una cacca scopre ciò che la differenzia dai tutti i suoi coetanei: lei non ha il naso. È quello che cercherà di spiegare ai suoi compagni di classe che, per colpa dell’odore nauseabondo l’hanno evitata per una mattina intera, ma la rivelazione non risolverà il problema, anzi, farà sì che tutti quanti si rendano conto della sua diversità e scelgano di emarginarla. Ma non è colpa di Natomi, piuttosto di suo padre, di cui lei ha solo vaghi ricordi: è un vignettista e l’ha disegnata lui senza naso con quel tratto “fuori moda” come si sentirà dire da uno dei tanti strampalati personaggi che incontrerà nel suo cammino verso la verità. E Natomi, sempre più emarginata, penserà a tutte le soluzioni possibili per risolvere il problema che le sta rovinando la vita…
Manfredi Damasco non è un vignettista di professione, secondo quanto rivela nella nota posta alla fine del suo breve e simpatico Natomi: il suo è un tratto “curato ma amatoriale” mentre quello della sua collaboratrice Noemi è “incerto e accattivante”. Ma è lui a ricreare con la sua matita la piccola Natomi, in parole e in immagini. I vari capitoli del romanzo sono infatti intervallati da disegni che raffigurano la situazione volta per volta descritta: l’esito è dotato di una particolare finezza, capace di catapultare chi legge in una dimensione surreale. Immagini e racconto si susseguono proprio per ricreare tutte le sfaccettature di una vignetta e delle sue imperfezioni. Natomi parla di questo e nello stesso tempo anche del doloroso sentimento di non accettazione, di cui la piccola protagonista è vittima più volte: una buffa maniera di far comprendere a lettori giovanissimi l’importanza e la difficoltà di accogliere chi è diverso, in piccole o grandi cose.

 

 

 

 
 
 
 
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