Nella pancia della balena

Nella pancia della balena

“Forse tutto stava già per cominciare e noi non ce n’eravamo accorti. Io almeno”. È sempre stato attento lui, a tutto. Ad essere pronto prima del suono della campanella per non uscire con i compagni. A non attraversare il parco per non rischiare di incontrare quelli di terza che fumano dietro gli alberi e danno fastidio agli altri; a non cadere per non rovinare pantaloni e giubbotto; a mettere la pentola in orario per far trovare pronto il pranzo alla mamma. E soprattutto “a cercare di tenere insieme le cose”. Da quando il papà non c’è più, da quando è andato via e si è fatto un’altra famiglia, a loro due – la sua “piccola mamma” con gli occhi spesso rossi e lui – non serve nulla. Basta non chiamarlo quando manca qualcosa, fare in modo che non mandi gli psicologi e gli assistenti sociali a casa loro. A loro due, alla mamma e a lui, non serve niente, da soli possono farcela, a pagare le bollette, a fare tutto. Poi quel giorno – è stato il giorno in cui quel ragazzo dei graffiti ha cominciato a disegnare la balena – è cominciato tutto. Lui stava tornando a casa dopo aver fatto la spesa al discount e s’è fermato a guardare l’enorme occhio aperto che guardava verso i palazzoni; quel giorno c’era soltanto quell’occhio che lo fissava. “Tutto è iniziato con l’occhio”, il giorno in cui la mamma non è tornata a pranzo. Avrà fatto tardi al lavoro – aveva pensato lui. “Poi è arrivata la sera e non è arrivato nessuno”…

Classe 1988, Alice Keller ha già all’attivo altre interessanti pubblicazioni destinate ai più giovani. Dopo essersi occupata di musica e teatro, infatti, si è dedicata alla scrittura e poi nel 2016 con due socie ha aperto una libreria ‒ “a porte aperte” come la definiscono – dedicata ai bambini e ai ragazzi. Questo romanzo breve, destinato a ragazzi dai dodici anni in su, è una storia dura che parla di crescita, senza fronzoli e senza zucchero. Nel tempo necessario a disegnare un murales - la balena del titolo - su un palazzone di periferia, si realizza il passaggio brusco dall’infanzia ad una età più adulta di un ragazzino, plausibilmente più o meno dodicenne. È come se la balena che attira la sua attenzione il giorno in cui tutto inizia lo ingoiasse per risputarlo fuori poco tempo dopo più adulto e disincantato, quando il disegno è finito e la balena completata. Diventare grandi – sembra suggerire la storia – è anche accettare le cose inspiegabili (agli occhi di un bambino) come la fragilità di un genitore, accettare che le cose non vanno sempre come vorremmo, che non sempre possiamo rimettere a posto tutto, che gli adulti non sono sempre una certezza. Che il lieto fine, insomma, non è obbligatorio e scontato. Proprio come capita al piccolo protagonista che alla fine capisce, “Lo so che non torniamo”. Pensieri concitati in questa piccola storia, come la paura, come la dura consapevolezza che non è così vero quello che lui si è sempre ripetuto con infantile cocciutaggine, che “va tutto bene”. Lui ci ha provato in tutti i modi quando la mamma non è tornata, ha provato a cercarla, a correre, a nascondersi. Poi ha capito che da solo non poteva farcela, e che qualcosa stava per cambiare senza poterci fare niente; in fondo lo aveva compreso da quando l’occhio della balena lo aveva fissato per la prima volta. La scrittura è asciutta e frammentata, come anche il linguaggio che si adegua a questa storia che un po’ mette ansia per condurre poi ad un finale senza consolazione. Non ha nome il ragazzino, che potrebbe essere un ragazzino qualunque, non ha nome il luogo, che è una periferia come tante altre. Per questo facile potrebbe essere l’identificazione per il giovane lettore, motivo per cui è una bella lettura ma da condividere magari con un adulto.



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