Nina e i diritti delle donne

Nina e i diritti delle donne
Nina è una bambina dei nostri giorni. Vive con i genitori e suo fratello. Gioca, va a scuola, è felice, non le manca niente. In casa sua, tutti, a parte la mamma, portano il cognome del papà. Da questa curiosa e semplice constatazione, si avvia una bella storia. La storia delle donne della famiglia di Nina, che scorre parallela alla dura battaglia per la conquista dei diritti femminili. A raccontarla è sua madre Carla che, riavvolgendo i fili del passato, riporta alla luce i momenti cruciali della vita di chi l’ha preceduta. Nina è tutta orecchi. Ascolta le vicende della sua bisnonna, della sua nonna, apprendendo l’amarezza delle ingiustizie subite dal così detto “sesso debole”. Oggi le cose sono cambiate, per fortuna. Le donne possono studiare, partecipare alla società. Possono persino lavorare (ammesso che trovino un impiego), occupare le più alte cariche istituzionali. Se subiscono abusi sessuali, non è più come quarant’anni fa, quando non succedeva nulla.  Adesso si parla di reato, punibile dalla legge con la detenzione carceraria, altro che matrimoni riparatori. Di strada, ne hanno fatta. Eppure, il viaggio alla volta dell’emancipazione, se guardiamo la realtà quotidiana, pare ancora, per molti versi, strenuamente lungo…
Nina e i diritti delle donne narra lo specchio di tre generazioni di madri e figlie che, in un passaggio ideale di testimone, si tramandano i germi della propria dignità, nel rispetto delle differenze, in risposta alla cultura fortemente patriarcale che ha connotato buona parte delle stagioni della nostra Italia. È un libro importante. Che ha il merito di “arrivare” al pubblico giovane, grazie alla scorrevolezza della scrittura, inframmezzata dai disegni esplicativi di Rachele Lo Piano. E aggiunge il pregio di esercitare la memoria negli adulti, che potranno ritrovare, pagina dopo pagina, le tappe fondamentali della loro biografia genealogica. Cecilia D’Elia non ha dovuto scavare tanto a fondo. Ci rammenta, infatti, che la questione femminile, la discriminazione delle donne nel mondo civile, partono da lontano, ma persistono tutt’oggi, al punto da rappresentare priorità e urgenze della nostra quotidianità. L’obiettivo del raggiungimento dei più elementari diritti, ribadiamolo, è una causa relativamente fresca di circa un centinaio d’anni. Nel 1906 c’era ancora chi, affermava e sosteneva l’inferiorità delle donne (un certo signor Cesare Lombroso). Nel 1946 data memorabile per il nostro intero Paese prossimo alla Repubblica, e in particolare per le donne chiamate per la prima volta al voto, qualcuno insisteva sul fatto che queste non fossero altro che il sostegno agli uomini (nientemeno che papa Pio XII). Siamo nel 2012. La libertà alle donne non la nega nessuno. La parità sembra un traguardo consolidato in numerosi campi. Emma Marcegaglia, Susanna Camusso, Elsa Fornero ne sono l’esempio evidente. Già. Ma come la mettiamo con le violenze domestiche, prima causa di decesso e invalidità permanente per le donne tra i 14 e i 50 anni? Come commentiamo il dato che, ad una carriera di studio femminile nettamente superiore, non corrispondano le auspicabili opportunità professionali e retributive? Come possiamo guardare alle acclamate quote rosa, se non intendendole uno strumento salva-disparità, che si inserisce in un tessuto reiteratamente preclusivo, profondamente e invariabilmente contaminato da pregiudizi sessisti? Le donne. Quanta fatica. E quante parole essenziali da dire, ancora, affinché dicendo si possa finalmente esistere.

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