Ophelia

Il suo vero nome non è Ophelia. Lo sceglie dopo che ha assistito a una rappresentazione dell’Amleto di Shakespeare. Non è nemmeno la stracciona, anche se a scuola la chiamano così. Il motivo è semplice: si nasconde e mortifica sotto quintali di abiti. Scuri. Vorrebbe essere invisibile. Ce l’ha col mondo, che in effetti non è gentile nei suoi riguardi. I suoi compagni non sono che un gregge di pecore. I professori fanno lezioni insulse. Gli adulti pretendono solo che non vengano deluse le loro aspettative. Il problema è che loro sono i primi a comportarsi male. Lei non ha mai conosciuto il padre. La madre passa da un fidanzato all’altro. Per fortuna però lei ha le idee chiare. Ophelia dipinge. Fa graffiti. Su tutti i muri della città c’è la sua tag. Scrive su un grande quaderno che le ha regalato una grande scrittrice. Scrive come se le stesse parlando di persona. Le racconta che ora ha un posto tutto suo. E che prima odiava un ragazzo, ma adesso non lo odia più, anzi. Ha persino dipinto una ragazza, velocemente, tutta nuda. È la sua ragazza a testa in giù. Ci si rivede, un po’. L’immagine è a grandezza naturale. Ha la bocca socchiusa. I capelli lunghi, ondeggianti. Per fare le gambe e i piedi è dovuta salire su uno sgabello, avvicinarlo al muro. La dipinge come se la conoscesse a memoria, con energia, come se non avesse mai fatto altro…

Il romanzo ha vinto il Montreal Book Award delle Biblioteche di Montréal, e, anche se non si ha diretta conoscenza di tutto il novero delle opere partecipanti, pare davvero difficile immaginare un libro più meritevole di ottenere, quale che sia, un riconoscimento, in un concorso nel quale partecipi: il testo di Charlotte Gingras (artista ed ex insegnante di scuola primaria – non è casuale che sia così brava a raccontare i ragazzi: evidentemente, prima di tutto, li sa ascoltare – nonché da decenni una delle voci più autorevoli della narrativa canadese, assieme per esempio alla di pochi anni più giovane Jane Urquhart), illustrato da Daniel Sylvestre, è ben scritto, è intenso, avvincente, appassionante, emozionante, raffinato, credibile, potente e mai banale. Gli ambienti sono precisi, le situazioni connotate con limpidezza non comune, i dialoghi sono riusciti, i personaggi, soprattutto quello della protagonista, sono ritratti senza spreco di parole, con un’asciuttezza che non significa povertà, anzi. Questo bildungsroman essenziale e perfetto narra la storia di un’adolescente emarginata, spaventata e piena di rabbia che diventa pian piano una donna pronta a mettersi in discussione e che dopo aver ricevuto un giorno in biblioteca come dono da una grande scrittrice venuta in visita e a cui lei ha fatto una domanda, la prima di quell’incontro coi ragazzi, un quaderno blu con sopra l’indirizzo della donna, fa di quello strumento, che la fa sentire finalmente compresa, accettata, destinataria di una certa attenzione, il suo diario e il filtro per la scoperta, anche artistica, visto che disegna benissimo, del mondo. Una notte trova un edificio abbandonato e decide di utilizzarlo come suo laboratorio: inaspettatamente, però, scopre che anche Ulysse, un suo coetaneo, lo sta usando come suo spazio di libertà. Nasce quindi un’amicizia, e poi…

 


 

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