Pacunaímba

Pacunaímba

A Lancastre, paesino del meridione di appena tremila anime, si sta facendo la conta dei voti: il sindaco Arrabal, omino buffo perennemente sudato e con un glaciale senso dell’umorismo, spera nella rielezione per altri cinque anni. Ad affiancarlo nelle sue mansioni ci sono Mara, giovane neoassunta, e Santo Emanuele, ventitreenne fresco fresco di laurea, un ragazzo piuttosto inquadrato per la sua età, che parla il “burocratese” e non trasgredisce mai le regole, comprese quelle che lui stesso si impone (come quella di non bere caffè dopo le sei del pomeriggio, per evitare di prendere sonno all’alba). I sondaggi fatti da Mara quella mattina si sono rivelati faticosi, e a tratti pure umilianti: la famiglia Spigola ha abboccato come un pesce alla promessa di una casa popolare; i Cozza vogliono che il sindaco chiuda un occhio sulla concessione della spiaggia per il loro lido; i Drago chiedono ad Arrabal di mettere una buona parola per la figlia maggiore in occasione del concorso per vigile urbano; gli Spada hanno chiuso la porta in faccia a Mara (una loro cugina si candida con la lista avversaria). Dell’interesse generale di Lancastre non frega niente a nessuno: solo i Molinaro hanno fatto richiesta di migliorare la segnaletica e di riparare le buche. E Dedé, lo sdentato del paese, il più simpatico di tutti, ha chiesto un bel dente per la sua bocca! Dopo due intense settimane, la conta rivela un clamoroso risultato: Arrabal e il suo avversario sono pari: 1.050 voti ciascuno. L’unica speranza del sindaco uscente sono i voti dei due residenti all’estero: quello che sta in Germania meglio lasciarlo perdere (ai tempi del liceo Arrabal gli rubò la fidanzata, quindi nutre per l’uomo un odio profondo), ma quello che sta in Brasile – tale Zé Santos, una vera leggenda in paese ‒ va assolutamente scovato e convinto a votare. Viene pure fuori che è un lontano parente di Santo Emanuele: chi meglio del giovane, allora, per volare in Brasile munito di scheda elettorale e portare a termine questa vitale missione?

Il giovane cosentino Michele D’Ignazio esordisce con la narrativa per ragazzi nel 2012 con Storia di una matita, libro che narra le avventure di Lapo, futuro illustratore che un bel giorno subisce una metamorfosi quasi “kafkiana” ritrovandosi nei panni di una matita. La storia del ragazzo-matita, sull’onda di un grande successo, ha dato vita anche ad uno spettacolo di burattini che lo stesso autore porta in giro per scuole e teatri con la compagnia Aiello. D’Ignazio cura laboratori di lettura nelle scuole, è autore di diversi documentari e appassionato di viaggi; ed è proprio l’idea del viaggio ad essere alla base del suo Pacunaímba: il viaggio come esperienza formativa, come occasione unica e meravigliosa di riscoperta di sé stessi. L’autore il Brasile lo ha visitato davvero, soggiornandovi per alcuni mesi affascinato dalla natura imponente, dal modo di vivere estremamente semplice, dal calore di un popolo abituato a sorridere sempre anche di fronte alle avversità (molti i parallelismi col sud Italia, a suo parere); ma sopratutto godendo della sensazione che lì, il tempo, a ridosso di rigogliose foreste e impetuose cascate, sembra rallentare e dilatarsi all’infinito. Va da sé che un’esperienza di questa portata può insegnare molte cose al rigido protagonista, Santo Emanuele, che sempre di corsa affaccendato nell’immaginaria Lancastre, non ha mai tempo né per se stesso, né per godere della compagnia degli altri. L’inizio del suo soggiorno in Sud America è traumatico: la poca dimestichezza con la lingua, il cellulare che gli finisce in mare, le possibilità di radersi, lavarsi o cambiarsi d’abito ridotte al lumicino; gli agi in generale sembrano banditi, in un mondo che può apparire surreale agli occhi di un individuo la cui esistenza è scandita quotidianamente da regole e orari ferrei; magari ci vuole del tempo, ma è proprio quando ci si spoglia da quella pesante imbracatura che si impara a cogliere l’essenziale. Pacunaímba vuole raccontare ai ragazzi il complesso e disordinato mondo degli adulti, e lo fa con una prosa chiaramente semplice, un tono lieve e scanzonato che oscilla tra il poetico e l’ironico e una carrellata di personaggi-caricature, tra un sindaco che si asciuga il sudore con la fascia tricolore (in un chiaro gesto di spregio) e assessori alla cultura con delega alle feste in spiaggia, che ben descrivono il clima di servilismo e “inciuci” che regna nelle istituzioni pubbliche italiane.



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