Parola di Napoleone!

Parola di Napoleone!
Emilio è un bimbo intelligente e acuto, ma piccolo che più piccolo non si può. Il medico che lo ha fatto nascere palesa fin da subito il timore che possa restare così, timore che si rivela fondato perché la situazione non cambia di molto con il passare degli anni. A scuola, gli altri bambini non si accorgono di lui e se lo fanno è solo per prenderlo in giro e fargli dispetti di ogni genere. Emilio vorrebbe essere così forte da potergli rispondere per le rime, ma proprio non ce la fa e si limita a rimuginare sul fatto che un giorno, forse, non sa ancora come, riuscirà a diventare come loro e non si ritroverà più da solo nel corridoio della scuola, seduto su una sedia con le gambe penzoloni, che al pavimento proprio non ci arrivano. Un bel giorno, la svolta. Emilio entra per caso al museo delle cere, il luogo dove “le storie di tutto il mondo si fermano per farsi guardare”, e si imbatte in una serie di personaggi straordinari, di tutte le epoche: da Marilyn Monroe a Batman, dal primo uomo sulla Luna a un capo indiano. Ma l’incontro che più lo colpisce e che gli cambierà letteralmente la vita è quello con Napoleone, che trova le parole adatte per infondere in Emilio la giusta dose di fiducia in se stesso. Perché “sono le grandi azioni che ci rendono grandi” e se lo dice un mito come Napoleone, pensa Emilio, allora anche lui può provare ad essere diverso, più sicuro e più grande, se non in centimetri almeno in forza e determinazione...
Una storia per nulla banale quella raccontata da Claudia Sfilli, che mette in luce temi quali la paura e il dolore che l’essere diversi portano con sé e la fatica nell’integrazione con gli altri, dettata da giudizi che sembrano a volte delle vere e proprie condanne, anche se formulate da bambini nel contesto che dovrebbe essere accogliente e sicuro per eccellenza, cioè la scuola. Non esiste però ombra di retorica in questa storia, che conserva il tono scanzonato di una piccola favola e risulta particolarmente efficace grazie alle illustrazioni di Valentina Morea. Tutto è giocato sulla sproporzione tra il piccolo Emilio, un moderno lillipuziano, e il testo del mondo: gli altri neonati all’ospedale, il medico, i compagni di classe, le maestre, ma anche la sedia, che risulta sempre troppo grande per lui, e le statue del museo. Napoleone assume il ruolo di guida, di maestro, e la sua frase è la morale più efficace, ma soprattutto una spinta per Emilio a sentirsi finalmente orgoglioso di sé.

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