Pasta di Drago

Pasta di Drago
Cinquant’anni sono abbastanza per sentirsi un relitto: non un uomo ma una lumaca lardosa, secondo una moglie che non può rinunciare ai quotidiani tre etti di caviale. Questa è la vita di Andrew, tra Waterlandia (le migliori  ceramiche sanitarie d’America!) e viaggi organizzati. Unica possibilità di evasione, i corsi per corrispondenza: costruire una tela di ragno, meditazione Tumo e l’arte marziale del solletico Tickle-Tu. Ma durante una vacanza a Kathmandu, Andrew si imbatte in un sadhu, un saggio errante che lo prega di consegnare una prodigiosa medicina alla persona più inavvicinabile del Nepal: la kumari reale. Andrew fallisce, anzi utilizza (impropriamente) la medicina. E tutto sembra andare meglio… Fin troppo: sempre più giovane e forte, è costretto a tornare in Nepal alla ricerca di altra Pasta di Drago per la moglie invidiosa. L’unica possibilità è proprio incontrare la kumari, confessare di aver divorato la prodigiosa medicina, ma anche di non sapere come fare ad arrestare il suo effetto ringiovanente. Il tempo stringe, ma è necessaria una spedizione sull’Annapurna alla ricerca di un antidoto e di nuova argilla che permetta alla kumari di rimanere bambina – e quindi una dea – per sempre. E non sarà certo una spedizione facile, tra le difficoltà oggettive di una scalata, l’intrattabilità di una dea che non può e non deve fare niente e un ragazzo che perde un anno ogni  giorno che passa.
Una kumari non scherza mai. Una kumari non piange. Non ride. Una kumari è una dea vivente, e una dea non è né felice né infelice. E’ una dea e basta. Troppe sono le cose che una kumari non può fare, al punto da renderla un’inconsapevole despota che non sa nemmeno chiedersi se sia felice. E’ il ritratto di una condizione femminile di certo complicata (comunque preferibile a ciò che avviene fuori dal palazzo), ma anche l’immagine di un’infanzia a cui è stato tolto qualsiasi piacere e qualsiasi autonomia, quindi perfino il futuro. Dall’altra parte, Andrew e la moglie sono ritratto di un’età adulta occidentale rispondente a modelli di profitto che troppo spesso sfociano nella frustrazione. Eccole qua, due questioni a cui i ragazzi non sono istintivamente sensibili: quella delle pari e opportunità e quella dell’invecchiamento, presentate in maniera da rendere possibile senza prediche la presa di distanza dal mito di una felicità che solo falsamente coincide con l’eterna  giovinezza, o con la disponibilità pressoché illimitata di mezzi. Ed è la coerenza narrativa dell’insieme a mostrarne il fallimento. L’avventura di Andrew e Didi (kumari ancora per poco), invece, ha proprio il gusto della liberazione e della (ri)scoperta di sé. Il romanzo è credibilissimo anche nella costruzione dell’ambiente: che Silvana Gandolfi abbia bisogno di viaggiare per scrivere è lei stessa a dichiararlo  in un breve preambolo; l’efficacia della scrittura, la verità delle descrizioni e la precisione terminologica e stilistica lo confermano. Le illustrazioni  di Gabriella Saladino contribuiscono a sostenerne l’atmosfera orientale, fantastica ed esotica. Il risultato è un libro affascinante, scritto da un’adulta che non rinuncia alla sua voce adulta per parlare ai bambini (che dire del momento pirandelliano di Andrew davanti allo specchio?), ma che riesce a tornare bambina quanto basta per godere (e far godere) l’avventura del romanzo.

 

 

 
 
 
 
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