Piccolo stupido cuore

Piccolo stupido cuore
Tutum...tutum...tutum...un battito, due battiti, tre battiti. Avete mai provato a contare i battiti del vostro cuore? Probabilmente no, nessuno presta attenzione ai propri battiti, a meno che il cuore non sia esausto dopo una lunga corsa o dopo un bello spavento. Ma se fossimo come Sisanda, nata con una rara malformazione cardiaca, probabilmente sì che conteremmo ogni singolo battito per assicurarci che il cuore funzioni ancora, e ci permette così di vivere un giorno in più, un altro giorno regalato. Sisanda non è come gli altri bambini: non può correre, nemmeno camminare a lungo, non può fare sforzi e giocare con i compagni di classe. Deve fare il possibile per preservare il suo “piccolo stupido cuore” da ogni sorpresa, custodirlo attentamente e sperare che non decida di smettere improvvisamente di fare la sua preziosa funzione. L’unica soluzione, a parte la medicina che il dottor Apollinaire le prescrive senza troppa convinzione, è un’operazione al cuore. Ma in quella parte dell’Africa in cui vive Sisanda, è molto più facile credere nelle stregonerie della nonna Thabang che nella possibilità di poter permettersi un’operazione. Ma forse una speranza c’è: Swala, la madre di Sisanda, forte e veloce come un’antilope, potrebbe partecipare alla maratona di Kamjuni. Se vincesse, i soldi del premio sarebbero tutti destinati all’operazione della piccola Sisanda...
È una storia vera quella che ha offerto lo spunto al francese Xavier-Laurent Petit (già insegnante e preside, oltre che padre di quattro figli ed autore di numerosi libri soprattutto per ragazzi), per scrivere la storia di Sisanda, spulciata da un articolo di giornale. Siamo in Africa e alla povertà alla quale siamo tristemente abituati (e forse anche un po’ troppo anestetizzati, purtroppo) si aggiunge la storia di una bambina gravemente malata, che riesce nonostante tutto a preservare la sua serenità, mista a rassegnazione e a sperare ancora in una guarigione. Il romanzo di Xavier-Laurent non brilla forse per l’originalità nello stile - che risulta a tratti molto da “libro di scuola” - ma è senza dubbio un racconto garbato, pieno di speranza, che scivola via leggero grazie alle belle descrizioni dell’Africa e della sua gente, ma che allo stesso tempo ci fa pensare a chi è molto meno fortunato di noi. Consigliato.

 

 

 

 
 
 
 
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