Piedi caldi e sangue freddo

Piedi caldi e sangue freddo
David ha otto anni e vive con mamma, papà e l’adorata sorella in un paesino che si affaccia sul lago Maggiore. Come tutti i bambini della sua età va a scuola, ma il più delle volte la trova noiosa. Troppo spesso crede che le sue giornate siano tutte uguali ed è proprio per questo che due personaggi speciali decidono di entrare a far parte della sua vita… per renderla meno monotona, risolvendo assieme a lui una dozzina di casi a dir poco strampalati. Ecco qua il professor Ceck, un allocco studioso di Astrofisica con una benda da pirata sull’occhio sinistro, e Obbie, un simpatico ratto un po’ fuori forma. Quasi tutti i casi risolti vengono commentati il giorno dopo dalla giornalista di cronaca locale Nina Maguzza. È grazie a loro che, come prima cosa, David riesce ad aiutare Carmela, l’asina che il suo compagno Nick aveva portato a scuola. L’urlo della preside che la vede in classe l’ha spaventata ed è caduta in una piscina. Ora rischia di annegare. Che fare? Servono fucili ad acqua, cerbottane, un po’ di miele e un sacchetto di becchime. Tutto si risolverà. E ancora grazie al professor Ceck e a Obbie il pc in una notte ritornerà perfettamente funzionante. Così David potrà rivedere tutte le foto delle vacanze che pensava fossero andate perse a causa del corto circuito della sera prima. Un lavoro meticoloso, durato tutta la notte, tra cavi e microchip. Invece, è proprio David ad aiutare Kakà, Essa e i loro due figli, Abdu e Ali, coinvolti in un tamponamento per niente casuale. Il bambino sta passando di lì proprio mentre Kakà viene picchiato dai due stessi tipi che hanno provocato il tamponamento. Questa scena è troppo forte anche per il professor Ceck e Obbie. Qui non serve il brillante ingegno tecnico, servono cuore e coraggio. Stavolta, però, “Nina Maguzza nessuno l’ha avvisata, ma forse certe cose che capitano agli strani non le interessano proprio!”...
“Lo sforzo più grande era quello di non notare gli sguardi mesti dei passanti lungo la strada, quegli sguardi che lo facevano davvero imbufalire”. La storia di David Littlehorse è ispirata ad un bambino vero, su sedia a rotelle, che vive a Canobbio, un paese sul lago Maggiore, in provincia di Verbania. Il paese in cui anche l’autrice vive. Ed è lì che è ambientato Piedi caldi e sangue freddo. Quel bambino sicuramente l’autrice lo conosce e l’affetto che prova per lui emerge prepotentemente tra le righe. Dodici racconti assolutamente irreali in cui il tema della disabilità non è comunque affrontato in maniera lampante, né tanto meno lacrimevole. Nient’affatto. Se non fosse per l’evidenza in copertina (e comunque - lo devo ammettere – per prima cosa io sono stata catturata dal sorriso del bambino e dal suo cappellino rosso, solo successivamente ho notato la carrozzina) e per quella frase che nel primo capitoletto desta qualche sospetto, niente nella trama dei racconti si focalizza sull’handicap di David. Con un modo di scrivere sufficientemente sarcastico, Francesca Zammaretti tende piuttosto a voler mettere in luce l’assurdità di molti luoghi comuni tipici della nostra società: in particolare l’apparenza che prende (o meglio, che deve prendere) il sopravvento sull’essere o sulla realtà dei fatti. La giornalista Nina Maguzza rappresenta colei che usa il linguaggio così come può tornar comodo ai benpensanti, come specchio per le allodole anziché strumento di informazione. David sembra essere esattamente il suo opposto, non solo l’incarnazione della genuinità dei pensieri e delle azioni, ma anche il simbolo dell’abbattimento della diffidenza nei confronti di ciò che appare diverso da come lo vorrebbe il comune giudizio. Ogni caso è trasformato sapientemente in un’occasione per tirar fuori “tutto il resto”, si parte dalla fantasia più assoluta per arrivare alla concretezza dei giorni nostri con i loro pregi e i loro difetti. È un modo di esprimersi sempre e comunque onesto quello della Zammaretti: dove c’è una parola che per un bambino può essere troppo complicata, come ad esempio “urbanistica” oppure “conciliabolo”, fa seguire sempre una spiegazione che è il giusto mix tra il pratico ed il tagliente. Memorabile la definizione di mass media: “una roba che ultimamente fa troppo rumore per nulla”. Decisamente un parlar come si mangia. E questo ci piace.

 

 

 

 
 
 
 
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