Senza nulla in cambio

Senza nulla in cambio
Bello da togliere il fiato, simpatico, ricco e senza un pensiero al mondo, Francesco Morselli conduce un’esistenza invidiabile nella Firenze del 1820. Tutte le donne gli muoiono dietro e ha persino la fortuna di fidanzarsi con l’incantevole Lucrezia Cellesi, fornita di una cospicua dote e di un titolo così antico da perdersi nella notte dei tempi. Un colpaccio che lascia gradevolmente sorpresi sua madre Beatrice e suo padre Lucio, rinomato mercante di stoffe. Ed ecco che a portare uno scossone in quella ingessata famiglia dell’alta borghesia arriva Jacopo, il figlio maggiore di Lucio. Bonapartista convinto, alla caduta di Napoleone aveva dovuto lasciare la città per le sue idee politiche nonché per la scandalosa relazione con una contessa molto in vista e già maritata. Dalla compromettente liaison era nata una bambina, Paolina. Adesso, dopo anni di esilio, Jacopo è tornato a riprendersela, ma scopre che la brava donna di campagna alla quale era stata affidata è morta improvvisamente. E della piccola si sono perse le tracce. Aiutando quel fratello decisamente scomodo per la buona società, Francesco finisce per mandare all’aria il suo fidanzamento altolocato. Poco male, perché nel frattempo il cuore ha cominciato a palpitargli per Eugenia, che vive a Torino ed è la spina nel fianco del suo nobile genitore, il conte Saporiti. La sconsiderata fanciulla snobba le feste a Palazzo Reale, non ne vuole sapere di accasarsi con un buon partito, si interessa di chimica invece che di moda ed è pericolosamente vicina ai carbonari. Mentre Francesco, con la scusa di occuparsi degli affari di bottega, si trasferisce nella città dei Savoia per corteggiarla con discrezione, scoppiano i moti studenteschi del 1821 contro l’Austria, subito repressi nel sangue, e l’aria di rivolta inizia a infiammare l’Italia, che aspetta di sventolare da Nord a Sud il suo tricolore...
Quanto romanticismo in questo romanzo dal sapore ottocentesco, in cui Anna Lavatelli e Anna Vivarelli dicono di aver voluto mettere tutti gli ingredienti tipici della narrativa del XIX secolo: scandali, rapimenti, agnizioni, segreti, rapporti familiari contrastati e, naturalmente, grandi innamoramenti, di quelli che ti convincono di aver finalmente trovato un centro di gravità permanente. A far da contorno a tanta abbondanza di sentimenti ci sono i fermenti che furono il preludio del nostro Risorgimento e i portavoce della voglia di cambiamento e libertà, primo fra tutti Santorre di Santarosa. E c’è un’accurata (e golosa) ricostruzione della Torino sabauda, con l’atmosfera parigina, le architetture eleganti, le piazze immense e gli invitanti locali, ritrovo di rivoluzionari e intellettuali, dove ancora oggi si può fare un tuffo nel passato: il Cambio, in faccia a Palazzo Carignano, che lascia sfuggire dalla porta effluvi di cibo e di vino, il Caffè Fiorio e i suoi dolci tentatori, e l’altro minuscolo caffè di fronte all’ingresso del santuario della Consolata, dove si beve il piemontesissimo bicerin. A Torino si stanno eseguendo le prove d’orchestra della colonna sonora che, sulle note della “Bella Gigogin” e di “Addio mia bella, addio”, accompagnerà la cacciata degli invasori austriaci. Il posto è stimolante per la maturazione di Francesco. Anche sotto l’influsso della ribelle Eugenia, lo svagato fiorentino cresce e impara ad amare sul serio. Lasciandosi alle spalle il ragazzo fascinoso e superficiale che era per diventare un giovane uomo generoso, appassionato, e pure sensato. Proprio il tipo di personaggio che fa piacere incontrare nelle pagine di un buon libro come questo, scritto con garbato brio, documentato, patriottico senza retorica e con qualche sana vampata di femminismo che non guasta.

 

 

 

 
 
 
 
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