Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

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La gabbiana Kengah vola alta col suo stormo sopra il mare, un mare ricco di aringhe, tutte da pescare. Kengah si tuffa per cibarsi, ma non si avvede di una grossa macchia di petrolio che le impesta le ali. A fatica riesce a volare sopra la città di Amburgo per poter deporre il suo uovo, ma capisce che la sua fine è vicina e che non potrà covarlo, né veder nascere il pulcino. Deve affidare l’uovo a qualcuno che possa portare a termine il suo compito di madre fino alla schiusa. Raggiunta la terrazza di una casa, vede Zorba, un gatto nero grasso e grosso, gli affida l’uovo facendosi promettere tre cose: di non mangiarlo, di avere cura del pulcino che nascerà; di insegnargli a volare. Zorba, non senza un certo imbarazzo e perfino con un po’ di vergogna, accetta e comincia a covare l’uovo. Quando è tempo, ne nasce una graziosa gabbianella che, considerate le circostanze del suo arrivo al mondo, viene chiamata Fortunata. Fortunata cresce felice con il gattone Zorba e i suoi amici, tanto felice che desidera essere un gatto. Ma non è possibile, la ammoniscono loro, perché ‘‘ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana.’’ E una gabbiana deve volare, cosa che i gatti non sanno fare. Per non mancare alla promessa fatta a Kengah e poter aiutare Fortunata a spiccare il volo, Zorba e i suoi dovranno infrangere un grande tabù e cercare un umano, ma un umano speciale, qualcuno che conosca il volo e le sue altezze, un poeta…

La Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare è molto nota, anche grazie al film di Enzo D’Alò (1998) che ad essa si ispira e la ripropone nel linguaggio dell’animazione. Kengah, Zorba, Fortunata sono i protagonisti di un romanzo da annoverare sicuramente nel numero dei classici per bambine e bambini, perché ogni volta che viene letto, o riletto (anche a voce alta), affascina, commuove, si arricchisce di significati nuovi. Affascina per i ritratti dei protagonisti, anche minori, ciascuno ben connotato psicologicamente, non senza una simpatica ironia. Commuove perché rappresenta la profondità e l’autenticità dell’amore genitoriale (Kengah, ma anche Zorba), quel sentimento che non ingloba e non si impone fare dell’altro, il figlio, la scimmietta del sé, ma insiste proprio per favorire che tutto ciò che è autentico in lui, se pur diverso, fiorisca e si espanda. E’ lusinghiero, forse più di ogni altra cosa per chi ne ha seguito la crescita, che Fortunata desideri essere un gatto. Ma non lo è. Per questo può e deve essere solo se stessa, una gabbianella. E stia tranquilla: anche essendo liberamente se stessa sarà sempre molto amata. Si arricchisce di significati nuovi, il romanzo, perché oggi, certamente in modo inedito rispetto a quando fu scritto, Kengah, che vola fino allo stremo delle forze sopra il mare per mettere in salvo il suo uovo pur essendo invischiata nel gorgo viscido del petrolio, non può non farci pensare ad altre madri che attraversano il mare per mettere in salvo i loro piccoli figli e ad altri gorghi che le inghiottono. Questo essere sempre nuovi e vivi succede ai classici, ai libri grandi, anche se scritti per i piccoli.



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