Tanto per cambiare

Tanto per cambiare

Sette anni, timido, magrolino, poco attratto dal calcio e dai passatempi più in voga tra i suoi coetanei, Renzo è il bersaglio quotidiano dei bulli della scuola. C’è Ugo, però, il figlio di un amico del padre, ancora più magro e timido di lui e apparentemente affine al suo temperamento. Tra compiti, merende con tè e biscotti e giochi di prestigio che Ugo ha imparato da don Luigi, i due diventano amici. Gran divertimento. Almeno fino a quando Ugo non spiffera in giro che, nei loro pomeriggi insieme, Renzo si diverte a indossare gli abiti dei genitori e a cantare Non ho l’età vestito e truccato da Gigliola Cinquetti. Già convocati dal preside, che lo ha sorpreso vestito da maestro Giraudo, i genitori del ragazzo si augurano di aver trovato un modo per metterlo in riga e avvicinarlo a forme di divertimento più sane. Dovrà frequentare l’oratorio ogni giorno dopo i compiti. Punizione poco punitiva, in realtà. In oratorio, infatti, c’è don Luigi, appassionato di trucchi magici. In cambio della promessa di Renzo di comportarsi da bravo ragazzo, il sacerdote gli insegnerà un trucco al mese. I mesi passano e i trucchi aumentano. Renzo va alle medie e il mondo dell’illusionismo lo affascina sempre di più. Poi un giorno, in canonica tra i libri di don Luigi, s’imbatte in uno intitolato Leopoldo Fregoli. È la storia di un uomo diventato famoso per i suoi travestimenti. Renzo sente che lì c’è quello che sta cercando. Forse la sua strada è già stata tracciata. Quel libro deve essere suo…

È proprio lui. È l’Arturo Brachetti che da tre decenni riempie i teatri di tutto il mondo lasciando a bocca aperta spettatori di ogni età; il quick change performer più famoso del pianeta; l’unico italiano ‒ insieme a Leonardo da Vinci, Pavarotti, la Bellucci ‒ a cui il museo Grévin di Parigi ha dedicato una statua di cera. Dopo aver sorpreso per anni con travestimenti, ombre cinesi e giochi di luce, nel 2015 Brachetti lo ha voluto fare con un mezzo finora poco utilizzato: la scrittura. Nelle interviste rilasciate dopo l’uscita dell’opera, ha tenuto a precisare che si tratta di un libro per ragazzi (“dai sette ai diciassette”) e che non è una vera autobiografia, ma un’autobiografia romanzata. Ancora una volta, quindi, Brachetti si è dimostrato maestro d’illusione e dissimulazione. Leggendo dell’infanzia mesta di Renzo nella Torino degli anni Sessanta, della sua adolescenza da seminarista con la testa tra le nuvole più che rivolta al Cielo e delle sue prime e già convincenti esibizioni, non ci si può non chiedere quanto in lui ci sia del vero Brachetti, il cui nome completo, tra l’altro, è Renzo Arturo Giovanni. La sua scelta di scrivere un libro per ragazzi potrebbe apparire singolare. Invece non lo è. Brachetti ha cinquantotto anni ma ne dimostra almeno dieci di meno, conserva la sua sindrome di Peter Pan come il più prezioso dei doni e gli piacciono da matti i colori, i giochi e le soprese, proprio come ai ragazzi. Tutto torna. Conoscevamo Brachetti come mago. Ora anche come mago di coerenza.



 

 

 

 
 
 
 

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