Tararì tararera...

Tararì tararera...

Una bella famigliola di lemuri (?), mamma, papà e cuccioletti a spasso per la giungla in cerca di cibo. In alto, sugli alberi, c'è qualcosa di interessante e allora si arrampicano in quattro: il più piccolo (Piripù Bibi) resta a terra assicurato con una liana (?) al corpo della genitrice. Un attimo di distrazione è sufficiente a P. Bibi per liberarsi e far perdere le sue tracce. La fuga del lemure prosegue per l'intera giornata tra pericoli di ogni sorta. Scappa da una mamma leopardo inferocita, rotola giù per un crepaccio e, se non fosse per l'intervento provvidenziale di un enorme elefante, diventerebbe il pranzo di un linguacciuto serpente. Grazie al nuovo amico riesce a trascorrere  una notte tranquilla e l'indomani si mette in cerca della  sua famiglia...
“Tararì tararera... sesa terù di Piripù: Piripù Pà, Piripù Mà, Piripù So, Piripù Bé e Piripù Bibi”. Niente paura, sto bene... è proprio così che comincia l'albo firmato da Emanuel Bussolati. È lingua Pirupù, un neo-idioma inventato dall'autrice per dare vita alle avvunture dei buffi personaggi protagonisti della storia. L'idea è quella di fornire all'adulto-lettore uno strumento linguistico plastico, manipolabile all'infinito, col quale inscenare una lettura che va al di là delle singole parole esaltando l'intonazione, il non-verbale, i silenzi, insomma tutto ciò che sta nelle parole e tra le parole e che rende unico ogni atto di lettura. Nella prefazione (una rarità nei libri per l'infanzia), la Bussolati si sofferma proprio sull'importanza per i bambini in età prescolare della lettura “attiva” da parte dell'adulto e sul coinvolgimento profondo che si stabilisce tra chi legge e chi ascolta. L'attenzione verso il “mezzo” si ritrova anche nelle illustrazioni-collage (con tecnica “a strappo”) nelle quali prevale evidentemente la comunicatività e l'immediatezza sul bel tratto; ciò che conta sono le espressioni, i gesti, le manifestazioni visive e grafiche dei sentimenti - vedi il carattere a dimensione e direzione variabile e la scelta cromatica bizzarra che attinge a tonalità un po' acide ma molto, molto eloquenti. Insomma, Tararì Tararera, meritato Premio Andersen 2010, non sarà un libro chic ma, siamo pronti a giurarci, non resterà a prendere polvere in libreria...

 

 

 

 
 
 
 
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