Tredici favole belle e una brutta

Tredici favole belle e una brutta

Luisella ha un papà che fa un mestiere bizzarro: è un avvistatore di nuvole. Sta tutto il giorno a guardare le nuvole, per far le previsioni del tempo. Per questo motivo è un uomo molto distratto e ogni volta che Luisella va a casa sua (perché lui e la sua mamma non vivono più insieme) capita che non capisca mai cosa la piccolina gli chiede... Kevin è un bambino a cui piace tantissimo giocare a pallone, però la sua quadra sfida sempre quella dei bambini più grandi: i bambini di otto anni vincono sempre e Kevin torna sempre a casa in lacrime, fino a quando... Martina è una bambina fortunata, riceve ogni giorno tantissimi regali dai genitori, dai nonni, dagli zii e dai cugini. Così tanti regali che un giorno le capita di perdersi nella sua cameretta... Mirco sa fare un sacco di cose, per avere sei anni. Solo non sa contare. Che vergogna, dice suo padre. Così decide di comprare al suo bambino un cervello nuovo, matematico... Credereste mai che quel vecchio signore incontrato al parco abbia appena scritto trecento o quattrocento favole? Se non ci credete può raccontarvene una, quella di Neraneve per esempio...

La raccolta di quattordici favole ambientate a Casalecchio di Reno è scritta con un linguaggio orale, la cantilena tipica dell'adulto che va a braccio nel raccontare una fiaba, con tutte le ripetizioni, le divagazioni e gli incisi rivolti ai piccoli ascoltatori del caso. Paolo Nori porta fra le pagine bambini molto comuni, inseriti in situazioni assurde e surreali  non per loro volontà ma per quella degli adulti, per esempio a Valerio – che da grande vuol fare l'architetto di una città senza strade –  è venuta questa idea bizzarra perché suo padre tempo prima ha avuto un incidente sul suo camioncino del formaggio. Rimango perplessa sull'estrema semplificazione (che talvolta cade proprio nello sgrammaticato tipico dei bambini) dei tempi verbali e della sintassi, ma anche sulla scelta di definire – per esempio –  il fenicottero (animale maestoso, e credo un po' permaloso) come una “cicogna rosa di Cagliari”. Le piccole illustrazioni che accompagnano il libro, minimaliste e dai tratti naif, ben si integrano con le favole. Ci sono spunti divertenti e interessanti (il fantasma di Ferito Garibaldi, che cammina a piedi nudi e con un cavallo spellato perché stivali e pelle del ronzino stanno nei vari Musei dei cimeli garibaldini) ma non bastano a renderlo un libro da amare e ricordare: cade male nel confronto con l'immaginifico Rodari citato nella “Favola di Celestina”.

 

 

 

 
 
 
 

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