Tutta colpa delle meduse

Tutta colpa delle meduse
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Suzanne, che tutti chiamano Zu, ha i capelli ricci che non stanno mai fermi dietro le orecchie. Sa molte cose, ma nulla, sembra, di ciò che conta sapere davvero quando si hanno dodici anni. Però una cosa l′ha imparata, di quella è proprio sicura: contrariamente a quanto si potrebbe pensare, essere visti non ha a che fare con quello che si percespice con gli occhi. Una persona diventa invisibile semplicemente restando zitta. È trascorso un mese esatto da quando è successa la Cosa Peggiore e da allora Zu ha smesso di parlare. Che senso avrebbe, quando non c′è nulla da dire, nulla che detto a voce alta possa cambiare ciò che è stato? Poi deve ringraziarlo, il suo silenzio, questa singolare forma di invisibilità, perché le ha permesso di acquisire una conoscenza fondamentale. In gita scolastica all′acquario, mentre tutte le ragazze carine della sua classe hanno fatto un nodo alla maglietta – la sua penzolava sopra i jeans, troppo lunga ‒, mentre i suoi compagni cercavano di acchiappare le razze nella vasca tattile, Zu si è allontanata in silenzio, così nessuno ha fatto caso a lei quando ha sceso i gradini che l′hanno portata alla sala delle meduse. È qui che ha scoperto la Irukandji, una specie la cui puntura provoca la morte. Allora forse quella può essere stata la causa, il motivo. Perché prima ancora di affrontare il dolore, Zu ha bisogno di una spiegazione. La sua amica Franny era un′ottima nuotatrice, il mare non può essersela portata via così…

Questa storia è nata da un errore, svela l′autrice in una nota. Scrittrice e giornalista, aveva preparato un articolo sulle meduse per proporlo a una rivista, dopo un attento studio su queste straordinarie creature. La rivista si era dimostrata interessata a pubblicarlo, ma dopo un anno lo ha rifiutato. E nonostante questo, Ali Benjamin, ancora attratta dall′argomento, ha continuato ad approfondirlo, finché tutte le sue ricerche sono confluite in una storia. “Una medusa, se la guardi abbastanza a lungo, comincia a sembrarti un cuore che batte”, un cuore fantasma, di una creatura che a dire il vero un cuore non lo ha nemmeno, né cervello, né sangue. Eppure pulsa e a suo modo è viva, persino immortale, perché ci sono specie che ringiovaniscono, poi invecchiano, poi ringiovaniscono un′altra volta, e possono andare avanti così per sempre. Scritto a capitoli alternati – quelli che portano avanti la storia nel tempo presente, quelli che raccontano l′amicizia delle due bambine e quelli di metodo, che seguono lo svolgimento della ricerca di Zu, dall′Ipotesi iniziale alla Conclusione – questo romanzo convince ed emoziona. La scrittura, complice la scelta della narrazione in prima persona, è caratterizzata dal continuo alternarsi di concretezza e vertiginose incursioni nel mondo interiore, e ben si adatta a quella specie indefinibile di trascendenza che caratterizza l′età della protagonista. Un′età di transizione, specialmente se si deve imparare “come si fa a dire addio a qualcuno”.



 

 

 
 
 
 

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