Un giorno, un cane

Un giorno, una cane
Un giorno, un cane, e una macchina, e un braccio. Quello del padrone che spinge il cane fuori dalla macchina e riparte senza di lui. La rincorsa inutile del cane, la macchina che si allontana veloce perdendosi all'orizzonte. Il cane che resta lì, altre macchine che arrivano, veloci e anonime. Scartano per evitarlo, una dopo l'altra si capovolgono, si scontrano, vanno in fiamme. Un cane, il fumo, le lamiere infuocate, le urla, le sirene. Il cane che si guarda intorno e poi riprende il cammino. La strada, il cielo, le nuvole, la sabbia, il vento. E infine la città. Il cane che trotterella tra i vicoli, annusa, esplora. Di nuovo la strada, e un bambino con lo zaino che guarda il cane e si avvicina. Il cane che scodinzola... Recensire Un giorno, un cane in questo timido inizio d'autunno, con le vacanze estive ormai alle spalle, spero mi autorizzi a limitare soltanto ad un accenno lo spunto “civico” dell'albo che denuncia la piaga dell'abbandono dei cani in vista delle ferie. È crudele e pericoloso, stop. Per fortuna questo elegantissimo libro di Gabrielle Vincent – grande illustratrice belga che qualcuno ricorderà per la serie di grande successo Ernest e Célestine, apparsa nei primi anni Ottanta – è molto, molto più di una pubblicità-progresso. Nel silenzio segnato dalla totale assenza di testi si snoda il racconto per immagini della tragica fine di un amore, quello tra un cane e la sua famiglia umana (che si intravede, appena abbozzata, nell'abitacolo della macchina che si allontana), e del probabile inizio di un nuovo amore, quello tra il bambino e il suo nuovo amico a quattro zampe. Non è facile imbattersi in esempi di padronanza così assoluta di una tecnica pittorica come quella che la Vincent dimostra con la sue matite. Un'abilità disarmante che fa vibrare il disegno, lo anima di movimento, sottolineando con tratto sicuro e agilissimo il dinamismo dell'azione, oppure lasciando all'atmosfera, all'aria, al vento, alle ombre il compito di agitare l'illustrazione quando i soggetti sono statici. Nel rigoroso bianco e nero delle pagine gli schizzi descrivono le drammatiche sequenze dell'abbandono, si accendono nell'incandescente scena dell'incidente, e seguono fedelmente il girovagare fatale del cane. Come in un“reportage impressionistico” (nel senso artistico del termine), a cui le matite dell'autrice donano alla fine un'inaspettata qualità fotorealistica. Nel bel formato orizzontale che lo contiene Un giorno, un cane è un incantevole testamento artistico che, a poco più di un decennio dalla scomparsa della Vincent, dimostra quanta strada aveva percorso l'illustratrice belga nel tentativo di coniugare un fenomenale virtuosismo grafico con la sensibilità per i più lievi moti della realtà: la strada (ogni volta diversa) che conduce alla grande Arte.

 

 

 
 
 
 
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